I'm here to listen to your story

domenica, giugno 10, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:16

Passi sui san pietrini, il tac tac di ragazze dal tacco alto e il vestito ristretto scandisce le parole sguasciate della clientela di Trastevere. Trastevere inghiotte tra le vie come un formicaio gli operai della città in riposo, in mezzo a un bicchiere di birra e una fumante margherita. Così errano nella propria cupola movente le storie degli uomini, una libreria, un pozzo di racconti chiusi in un paio di scarpe. Scarpe che rallentano il passo, si voltano come gli sguardi di chi le indossa, un occhio su un cartello, un invito innocente. Un sorriso distratto, un apprezzamento involontario, curiosità lasciata sul piatto e chi, i più tentati, offrono parole su cui banchettare. Share my story, why not.
E non è un motto per invadenti social network, è una nuova cornice del quartiere, è il dente cresciuto nella morsa della notte. Orecchie per chi ascolta, bocche affamate di dover dire e far uscire dalla gabbia della propria realtà qualcosa per cui rallegrarsi, intristirsi o semplicemente lasciare. Una mano da allungare, un abbraccio da non rifiutare, senza troppi recinti o muri dipinti.

C'era una volta per te.
E ora anche per me.

Una castagna

venerdì, giugno 08, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 04:32

"Dovessero farmi una foto ora, ne verrebbe fuori un'immagine di un uomo con cinque maschere: un guazzabuglio di espressioni e stati d'animo. Crono, ormai vecchio e stanco, si diverte ancora a giocare con il tempo, maledetto lui e tutti gli dei suoi affini. E forse sono invecchiato insieme a lui, guardami nipote mio: porto i miei anni sulle spalle, ma non i capelli che non mi vogliono più. La mia faccia è una quercia, una corteccia impregnata dalla vita e custode di scene spezzate dalla spegnersi e riaccendersi delle palpebre dei miei occhi stanchi.
E come loro, la mia vita è stato sempre un sali e scendi, non riuscivo mai fare tutto d'un fiato, ma tutto a piccole pause interrotte. Ah.. le mie rughe e la mia pelle, tra loro i monti di tutte le volte che mi scontravo con me stesso, una sfida infinita e mai vinta e ora tutto mi scivola tra i solchi di antiche battaglie. Il mio corpo così si è adattato a me. Siamo tutti adattati, più i tempi vanno avanti e più tutto si adattata. Vogliamo essere il colore che non abbiamo o che non vediamo e così ci accostiamo tutti spalla contro spalla e non siam costretti a conoscere chi ci sta a fianco. Esso ci struscia addosso, come io so della sua presenza, lui sa della mia e questo succede ogni giorno con tante persone.
Potremmo diventare un bel quadro di qualche vecchio artista puntinista, quale ispirazione migliore: non dovrebbe nemmeno esagerare con la tavolozza dei colori poiché a noi piace trovarci abbinati. Percorriamo strade piene di secchi di freddi colori che ogni giorno calpestiamo lasciando strisciate grigie attorno alla nostra città, come a riempire uno di quei libri per i bambini ma con la figurina della nostra scheda elettorale o del nostro conto in banca. Ti chiederai chi è che mette questi secchi. Alza la testa. Così ogni giorno vogliamo affinare l'arte dell'inadattamento. Un limbo maledetto, una via di templi lontani, di eremiti e pochi pensieri vani. Un piede nel secchio ci rimane, a sporcare per procacciar il pane. E mentre pensiamo di schivar e pulire da un lato, sporchiamo dall'altro così per girarci in tondo. Un suono opaco di sottofondo e diventiamo sordi. Più violenta l'immagine, a volte più contorta e più la nostra reazione diventa incerta. C'è una vecchia storia di qualche isola sperduta dell'Oceania che è piuttosto curiosa. Sei maschi indigeni, in questa isola di corallo e cenere, sapevano bene che sarebbero morti e nessuno sarebbe sopravvissuto. Così andarono a raccogliere castagne. Una castagna si appiccicò al pene di un uomo che si mise a piangere e cercò di liberarsene, ma era così attaccata che quando la tolse si strappò anche i testicoli. Fu così che diventò una donna. E da lì l'isola si popolò e loro non si estinsero.
Ci vorrebbe una castagna che si attacchi a queste catene e ci tolga l'oppressione.
E poter assaporare un po' di pura libertà.
Troppo facile non credi? Ma tu intanto tieni questa."

Così il vecchio nonno dagli spessi occhiali tirò fuori dalla tasca della sua giacca una castagna e la consegnò al ragazzo. "Non sprecarla"

Il ritorno a casa

venerdì, aprile 13, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 16:13


E' stanca la mente di un sudicio corpo alla fine della giornata. Membra poggiate sul sedile di un autobus notturno e, chiusi gli occhi, il pensiero va a lei e, insieme a lei, la dolce voglia di stringerla accarezzandole i capelli. Strani i sorrisi sul finestrino, spezzati dai lampioni a rompere le tenebre.
I pensieri sono acini di un'arancia che formano l'intero frutto e, come per raccogliere il succo, esplodono in mille sapori, gocce di vernice sulla tela che danno gusto agli umori.
A quest'ora c'è poca gente fuori, anche se gli irriducibili della chiusura dei locali compaiono come figure tremolanti alla ricerca di un equilibrio perso di propria spontanea volontà.
In questi casi guardo la luna, ce n'è una per ogni notte e ognuna è più spontanea, non si fa scrupolo a mostrarsi così piena di sé, mentre altre volte si nasconde e lascia il cielo alle stelle, loro sì che non mancano mai.
Una persona potrebbe paragonarsi alla luna, tanto ridente quanto a volte è schiva o sentirsi più piccola mentre altre volte si sente più grande e importante. Nella luna, una persona rispecchia il proprio ego mentre la fiumana di persone sono stelle infinite che ci circondano nel cielo della nostra vita.
Nel veder i marciapiedi vuoti, io satellite della terra, sono solo nel giorno a vedere questi lampioni come nuvole che passano e corrono. Soltanto che ora è notte.
Scivolo via verso la mia tana, una culla di emozioni, un letto e una coperta di sogni fino alla luce di domani.

Funamboli

giovedì, aprile 05, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:06


"Ci sono gli attori. E ci sono i funamboli.
Ci sono due specie di persone.
Ci sono quelli che vivono,giocano e muoiono.
E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita.
Ci sono gli attori.
E ci sono i funamboli."

Quotidianità costruita su matasse di fili, così i funamboli della terra camminano sull'aria della terra. Una casa, un reddito, una famiglia, un rapporto: buche da sorpassare sopra un filo che si tende e si abbassa, a volte sparisce. Acrobati a ritmo di pianoforte, come l'affondare di un dito su un tasto e il colmare del cielo in nuvole. Passo dopo passo, allargate le braccia e fare un passo e uno ancora con un piede che insegue l'altro senza fermarsi mai.
Quanti suicidi in pensioni non rilasciate e cumuli di denaro usati come cartine da banche spietate. E dal filo ci si lascia cadere, guardando nella caduta le stelle rimaste lassù e a cui si cerca di dare una spiegazione del proprio gesto.
E dal filo cominciano a farti saltare una siepe e poi un muro che nasconde il limite di uno strapiombo e quanta paura nascosta in luoghi di incertezze. Qualcuno si ferma e si accuccia tremolante, rinchiuso su se stesso come un cane senza casa e senza casa attaccato saldo con le mani al filo aspettando che finisca la pioggia.
Una colonna di fumo e un campo di battaglia. Gladiatori funamboli e chi si ferma è perduto. Così il dado è tratto.
Uno, due, tre, quattro, conto i passi dei miei piedi stanchi, così incattivito, così annoiato da esser stufo di questo paesaggio. Quanta destrezza nella voglia di cambiamento, ma che sia lento districato tra il rumore del vento e immerso da un convento fatta di famiglia, studio e intento. Il mio studio, la mia ragazza, il mio voler camminare su questo filo e di passi ne ho fatti duecento. Tutto a misura di noi stessi, reinventandosi con uno stato di facebook e di carta igienica usata nei cessi. E siam così bravi e così complici da esser indivisibili e invisibili ai nostri occhi, dolci balle di fieno che rotolano rotolano e accumulano accumulano. Dobbiam accumulare. Che sian soldi o sian rabbia poco conta. L'importante è rotolar e accumular.
Quanto poco rispetto nei miei confronti, tanto da prendere le forbici e tagliare.
Fi/lo via.
Cado.

Qualcosa di insensatissimo con troppo senso, ma di cui non si capirà nulla

giovedì, marzo 29, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:47


E' quasi pietoso l'andare di questi piccoli esseri. Così figli di una stessa consueta metodica, così scapestrati da farsene una propria, unica ed indivisibile. Li guardo stranito, non li capisco. E il punto di vista, quello mio, non è che sia mio. O è meglio è mio, con gli occhi di qualcun altro. M'innaffio di pensiero, ti bagno. Ora lui ti pulisce. Tutto è bagnato, un lago. I funzionari dello stato passano e asciugano tutto. Ci lustriamo, io mi faccio bello davanti lo specchio. Tu sei più bella. Eppure se mi strofino di più magari esco meglio. Mi si è bucata la faccia. Ride e lui ci infila un bel ditone dentro. Cazzo è profondo! Prendi una torcia urlano da dentro! Uno passa con la bava alla bocca. guarda il buco e sbava. Caramelle. Sì, proprio dolcetti da un buco. Io non le vedo. Io sì. Io no. Io sì. Tu hai gli occhiali. Ti ho visto, ma non ti conosco. Ti ho visto, ma non ti conosco. Sei lì, ma non ti conosco. Sì lo so che ci sei, non devi alzare la mano tranquillo. Un altro passava e aveva una foto in mano di un altro ancora. Quest'ultimo gli comparve davanti. Allora cominciò a guardare freneticamente la foto e lui. la foto e lui. la foto e lui. Si cominciò a grattare la testa. Forfora! Forfora! Dubbi e incertezze. Si gonfiò una testa grande e gonfia. Qui so tutto io! Fame, sete. Cacca. Ti piacerebbe. Scale, gradini, vertigini. Soldi. Opportunità. Ahià. Son caduto. Non spingere. Ma io non ho spinto nessuno, faccio solo un gradino e mi siedo. Figure e curve di una bocca. Verso giù o verso su. Su e giù. Un ascensore. Io ho una valigia e la mia cravatta, guardaci dentro. Apre. Vomita nella valigia. Ma perchè, guarda bene! Rivomita. Lasciamo stare. Così torna a correre. Corri corri corri! E' sempre tardi! Mi sono perso. Sigaretta in bocca, mani in tasca. Ah, il solito fancazzista. Perso, e chi non lo è?

Batteva sul vetro, là dentro si mossero tutti impauriti. "Bah, che strani esseri".

La mia stanza

mercoledì, marzo 21, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:49


La mia stanza comincia a esser sempre più stretta.
E' una collezionista e con ingordigia raccoglie anni, stanchezze, noie, sogni, solitudini e vestiti. Tutto ha una sua grandezza e una sua epoca, come se fosse dettato da un'accortezza maniacale, una matriosca: il nuovo mangia il vecchio e il grande mangia il piccolo.
Saranno gli occhi che diventano miopi e più grandi, ma le pareti rimangono le stesse, vestito il nudo, e fagocitano senza accennare un lamento. C'è ombra e c'è luce, nell'evenienza una lampadina e a volte non fa mai notte.
Pianoforti e chitarre levitano tra fogli accartocciati e parole consumate o forse mai lette. Vestiti appesi in giro come spaventapasseri che guardano minacciosi le maniche inutilizzate di magliette dall'espressione un po bizzarra, rinchiuse in armadi come casa di cure per malati.
C'è una sorta di anarchia ostile all'ordine pubblico e ogni giorno è conflitto, una volta è rivoluzione e poi c'è la retata. "Fuggite, fuggite!" urla il collettivo della polvere ai compagni delle briciole di pane. "Arriva la pulizia! Gli angoli son la salvezza, non la discarica abusiva esempio di un'Italia persa".
Lo specchio è una spia, un corruttore, un aguzzino. Si venderebbe per pochi spiccioli spacciando una faccia stanca, un brufolo sul naso e una grattata di palle.
L'uomo ha incollato un materasso e una coperta e ci ha fatto un pozzo di ignoto. Non un secchio, ma un'altalena tra amori e stanchezze su un vuoto di pensieri e una sveglia che ricorda la realtà.
Non c'è strada nella mia stanza, legata a me da un sospiro, un diario insospettabile.
Chiudo la porta della camera, è l'ora d'aria.

Fantasmi

venerdì, gennaio 13, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:41


Gli occhi appena aperti preannunciano la caffettiera a lavoro sul fuoco. Il nuovo sole inietta le iridi di paura, lontano dallo stupore e dalla gioia di altri tempi. Spegnere la sveglia, richiudere gli occhi, riaprirli, guardare l'orologio e gettare via le coperte.

La camera da letto, il bagno e la cucina. Una sfida contro noi stessi, lo spazio e il tempo cercare di esser presenti in tutte e tre le stanze contemporaneamente. I calzini sulla mano sinistra, lo spazzolino sulla destra mentre con gli occhi si cerca di capire se il caffè sta uscendo.
Chiusa la porta di casa, ti minaccia con una pistola alle spalle il terrore di aver dimenticato qualcosa, per poi colpirti con ripetuti colpi se, malauguratamente, il cellulare stesse ancora galleggiando sul lavandino quando si è ormai abbastanza lontani da casa, oltre la soglia del non ritorno.

Quanto sembrano felici i cantanti che ci urlano nelle cuffiette, così felici che, cercando di premere il tasto “next song”, l'uomo puzzolente dall'alito chimico accanto a te sull'autobus ti urta facendoti premere il tasto “repeat”, facendo in modo che tutto l'odio si sfoghi in immaginazione nei confronti dell'espressione ebete del tuo vicino di fermata.

Ed eccoci giunti davanti al lustro di tutti i giovani: il progresso, l'avanguardia!
La porta del nostro luogo di lavoro provoca, ad ogni suo passaggio, il miraggio del tuo capo dalla faccia di iena sogghignate che, alla firma del fantomatico contratto a tempo determinato, sembra sillabarci la frasi “a noi serve la qua-li-tà”, mentre noi, stropicciandoci gli occhi, ne deduciamo invano la rima baciata. Pre-ca-rie-tà.

Anche noi siamo colonna portante delle migliori aspettative che ci han promesso e chi se ne frega se a parlar son nani, banchieri o bugiardi. Se non inghiottiam questo, perchè faticar a cercar altro?
Le lancette vanno, ripercorrono il loro andare come noi ripercorriamo la via del ritorno, cercando di evitare l'uomo puzzolente che come noi torna a casa.

Fantasmi alloggiati per spaventare una crisi.
Chiusi gli occhi, la mani toccan la propria faccia per poter sperare di toccarla con più voglia di vivere al sol di domani.