Addio o arrivederci

lunedì, luglio 22, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:35




4.32 del mattino.
Il sole ancora non si era alzato dal letto dell'orizzonte ad accendere l'oscurità della notte, lampi di scintille dell'accendino diventavano fuoco per dare vita a quella sigaretta che come di consueto era diventata un rito a quest'ora. Guardavo fuori dalla finestra osservando le serrande chiuse della gente che dormiva, affinché si ricaricano per un altro giorno che probabilmente sarà uguale a tanti altri precedenti, forse per tutti è l'ora del sonno. Per me no, era  istinto di non conformismo o di disagio sociale cresciuto negli anni, tuttavia quasi mi divertivo a cercare con gli occhi fuori la finestra la luce di qualche camera accesa di un mio simile che piroettava a quell'ora morta. Presto però le mie speranze poetiche si spezzavano nello sciacquone del bagno del panettiere che si alzava per andare al lavoro, mentre l'ombra sulla finestra mi diceva chiaramente "Sì, si sta grattando le chiappe".
Nonostante tutto era bello così, sbuffare il fumo a pochi centimetri dal vuoto allenandomi a guardare di sotto. Penso di aver sempre sofferto di vertigini in qualche modo, però come ogni paura la prendo per mano e me la tengo stretta così guardo giù fino a quando mi va. Col tempo sono migliorato.. sei, sette, otto piani non erano pochi, anzi indagando la mia memoria non mi viene in mente nessuno che si sia salvato da una caduta di otto piani. Mi viene in mente un vecchio film di Kassovitz "La Haine", L'odio, metti insieme ragazzi, polizia, banlieue, scontri, un po di violenza, chi direbbe anche degli sporchi immigrati e boom hai fatto un filmone di quelli che ti spari almeno un paio di volte. E guardando da questa finestra ti torna in mente la frase clue di Hubert "Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene." Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.".
Si, mi sono immaginato varie volte di buttarmi e di sentire quella sensazione in cui stai in aria e cadi cadi cadi.. In quel momento chi sei, cosa sei, cosa pensi. Ma di una cosa sei certo: bang stai per morire. Ma è così profonda la differenza tra la consapevolezza dell'immediato e la spensieratezza di un capolinea futuro ancora non conosciuto? E all'improvviso quella finestra era diventata una fermata del treno, tanto sai dove devi andare!

"Mah" penso tra me e me sbuffando il fumo dalla bocca e in quello stesso momento mi era venuto in mente la vignetta de La profezia dell''armadillo di Zerocalcare dove i brutti pensieri di Camille e Zero se ne stanno seduti uno a fianco all'altra fuori dalla porta, non so esattamente per quale motivo.
La nostra vita è fatta di atomi liberi che corrono, ma colmi del 90% di vuoto e così vuoti siamo noi. La mia non differisce molto, la dipingerei come quella farfalla che nel bel mezzo del bosco vicino alla fattoria del mio caro e defunto nonno, inseguivo cercando di farla mia con il risultato di cadere con il ricordo di una ferita che porto ancora oggi truccata da cicatrice.
E nel frattempo la sigaretta era finita, buttai la cicca dalla finestra e la osservavo sparire sempre più giù nel buio in un quasi cullandosi nell'aria. E' proprio guardando quella cicca che decisi di prendere una corda, la legai saldamente alla valvola del termosifone e mi calai dalla finestra.

4.47 ancora era buio. scendevo.

VII Piano.
C'era questa nonnina che era così particolare a vedersi. Secca, secca, fragile come carta bagnata. Sembrava potersi rompere in qualunque momento e si metteva seduta e rannicchiata con le ginocchia piegate davanti a sé. E lì messa all'angolo era chiusa come una scatolina. Più si allontanava alla vita più lei si faceva leggera: si piegava come le palme di cocco che la han sempre accompagnata durante la sua vita. Un giorno il vento non soffiò più.

VI Piano
Ero piccolo, vivevamo in un piccolo appartamento in un quartiere un po disperso di una Roma nord anni 90'. Faceva freddo quell'inverno e mi ricordo solo un bianco letto di ospedale. Passavo le giornate davanti al Geam Gear della Sega, anche se disgraziatamente spesso dovevo mettermi a pancia in giù per il turno delle punture. La broncopolmonite non mi fermò, mi fece perdere un po di capelli, ma poi andò tutto per il meglio.

V Piano
Era un periodo. Non stavo benissimo, anzi stavo proprio male. Quando sei adolescente o più giovani puoi solo che piangere, non esiste qualcosa che ti possa liberare dai male che del pianto. Avevo paura di rimanere da solo, piangevo, mi faceva male lo stomaco, non riuscivo ad essere sereno. Ma almeno dopo un po le finivo e potevo respirare un po. Tuttavia a volte non riuscivo a starmene a casa, mi misi a piangere all'angolo di una strada perché chiuso in camera nessuno ti può salvare. E un po di passanti ti chiedono come stai e sei hai qualche problema e in quel momento ti salvano: tu dici che va tutto bene, ti alzi e torni a casa.

IV Piano
Pioveva, pioveva ancora qui. Era da una settimana che pioveva solamente, ininterrottamente e quindi vagavo con un libro e una candela in mano. C'era un tempo che quasi odiavo la pioggia, dentro di me è sempre rimasta quella voglia di sole e mi ricordo quando arrivava quel determinato giorno unico e importante, si sperava nel tempo. Erano giorni di nuvole e pioggia grigi come i miei pensieri.

III Piano
Con il tempo ho sempre imparato ad accontentarmi, a cercare di non chiedere mai niente né ai miei genitori né agli amici né a nessun altro. Sono una persona delusa e che delude, poiché non sono mai stato nemmeno in grado di pretendere adeguatamente da me stesso. Non ho paghetta, evito di chiedere soldi ai miei genitori, non mi piace lamentarmi. Sono sotto un anestetico di nome non importa. E così se non importa niente, cosa c'è d'importante? Mi ricorda una persona che mi chiedeva spesso favori, in cambio di un'amicizia che sapeva di falsità.

II Piano
Ero appena uscito dall'operazione all'appendice, ma stranamente avevo un cuore nuovo. L'ospedale e le medicine in realtà ha avuto sempre un riguardo particolare nella mia vita. Non so quante volte ho visto mia madre seduta sul letto di una corsia, con il dubbio che un giorno uno di quei letti prenda e corra via portandosela con se. Avere un corpo guasto e tradire la morte ogni giorno sentendo il "tic tic" dei battiti artificiali, scandendo la giornata a guardare quella busta piena di medicine e pasticche e pensare che quella rappresenti la propria corda che ci lega alla vita. E' crudele.

I Piano
Cos'è stato? Boh. Non lo so più. Io non so niente. Giovane ventenne fresco di estate. Ero così. Quasi brillante apparivo. Così, non sapevo quello che mi sarebbe accaduto lì a poco. Poi tentennai più e più volte nel voler tornare indietro.
"Così resto solo col cielo e altro non vedo e non so ma se tutto è nascosto nel cielo al cielo io ritornerò."

5.23 Terra
Ero riuscito finalmente a scivolare giù lungo tutta la corda fino a giungere a terra con un passettino. Quanto si è sicuri con i piedi per terra, troppo sicuri per me e allora cominciai a correre dentro il palazzo di nuovo e poi verso l'ascensore.
Sanguinavo inchiostro tutte le volte. Era stupido.
Ma sapevo che sanguinare era l'unico modo per uscire da me. Le mani soprattutto lasciavano segni qua e là.

Quando le pareti cominciano a restringesi, quando lo specchio comincia a darti del tu riempilo di ricordi, di speranze, di emozioni, di musica e liti, di illusioni d’epoca. Quindi avevo macchiato ovunque quell'ascensore che in quel momento mi dava un fastidio tremendo, lasciando le le linee delle mie dita ovunque poiché dovevo uscire, asfissiavo. In quel momento odiavo quello spazio stretto, e strabuzzavo gli occhi sulla fessurina vetrata ansioso dell'arrivo. In quel momento l'elevatore sapeva di tomba.

5.33 Alba
Arrivato al mio VIII piano, uscii di corsa da quel buco prendendo un bel respiro. Tornai in camera. I silenzi erano ormai distrutti dal canto degli uccelli e dallo svegliarsi del sole. Oggi la sfumatura dell'alba era qualcosa di meravaglioso e il sole nuovo arrivava a piccoli passi a conquistare il cielo.
Mi riaffacciai alla finestra e presi un paio di forbici con cui tagliare la corda, la quale guardai scivolare giù come la sigaretta precedente."Non mi piace avere i piedi per terra, non sono una persona sufficientemente sicura" pensai tra me e me sorridendo.
Cercando di non far rumore, presi una sedia e la misi vicino alla finestra. A piedi uniti salii sul bordo  in equilibrio, finalmente mi sentivo a mio agio così sempre in bilico.
E così respiravo il sapore di un giorno nuovo con un respiro profondo.

La differenza tra la consapevolezza dell'immediato e la spensieratezza di un capolinea futuro ancora non conosciuto?
Qui c'è la fermata del treno, Addio o arrivederci, quel che cambia sicuramente è il saluto.

Gerekli şeyler, cose necessarie

lunedì, maggio 06, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 20:36


La direzione del vento poteva essere la via per il quale sarebbe stato opportuno perdermi, ma il cuore rallenta e la testa cammina a forza di essere vento, così, dritto in direzione ostinata e contraria, mi avviai sulla mia cattiva strada alla ricerca di qualcosa da guardare e ammirare.
Bisogna vedere, bisogna dire, bisogna sentire, bisogna afferrare e prendere le cose per mano e concertarne il peso e la sostanza. Immaginare, penso che a me l'immaginazione non basti, senza alcuna offesa a ciò che per Leopardi potesse significare l'intangibile nascosto dietro a quella siepe. Procedere ed essere impreparati, essere maniacalmente intenti a scrutare cosa c'è dietro l'angolo.
IO mi sento di far così e non mi ha mai fatto pentire l'avvertire la vita come granuli di sabbia che scivolano sulla palle passandoci un mano sopra. Ho conosciuto, ho incidentato momenti che le lenzuola di un letto racchiudevano come la copertina di un libro.
E quando ho una buona mela la mordo, diavolo se la mordo, è più forte di me. Non credo che a furia di osservarla e attenderla questa si lasci sciogliere nei miei pensieri e va da se che la mordo di gusto, assaporandola e gondendo dei suoi dolci succhi.
Si, prendo la vita a morsi digerendone i colori come secchiate di malumori e benessere. Credo che sia per questo che quando il mio dentista mi visitò si sorprese di dovermi eliminare quelle evidenti undici carie che decoravano i miei denti, e forse fu ancora più sorpreso che dopo il settimo dente mi chiese:
"Guarda che possiamo rimandare, sei sicuro che vuoi continuare?"
"Ma sì, non c'è problema" risposi.
La sua espressione si chiedeva se avessi uno strano rapporto col dolore.
Io me ne torno dai miei giorni in questo modo, inforcando la bici troppo distratto a guardami intorno fino a che vedo una giovane mamma stringere al cuore la sua piccola creatura come se fosse la sua armatura a difesa dal mondo. Io sorrido quasi senza farci troppo caso, lei mi nota e sorride anche lei.
Allora va tutto bene.

Fogli di Febbraio

venerdì, febbraio 15, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 18:31


Troppi fogli bianchi. Come di consueto ultimamente non riesco a scrivere, avere voglia di condividere qualcosa ed esprimerle in parole, mettere le idee su inchiostro. Non ho idee: solo pensieri vaghi, tanti puntini sul foglio da poter ottenere una creatura mistica, ma il risultato è sempre qualcosa di informe che non dice niente, non convince. Essere interessanti, questo quello che ci vuol competere poiché si vuol scrivere sempre qualcosa di prezioso come per aggiungere uno scellino d'oro nella mia(vostra) sacca di monete e poter spendere come polline nell'aria in primavera. Ma non sempre succede e mi ritrovo in difficoltà come quella parola che si piazza sulla punta della lingua e che rimane là chiusa tra i denti muta e silenziosa senza poter esprimere il proprio concetto premettendo che ci sia. E' la routine di un giorno come un altro, di una biblioteca copiosa e di un esame non dato. Dannato tu sia bianco e nero della monotonicità, eterna mortalità dell'uomo che con le tue scale di grigio non ci fa distinguere un drappello rosso da quello nero, dunque è così che ci si ritrova ogni volta a disperder parola di noia, a parlar di noia e di quello che si vorrebbe fare: non è forse vero che si passa troppo tempo a discutere dei propri intenti e niente di quel tempo viene usato per poterli dipingere sulla tela della propria vita?

Ahimè come contadini ci spezziamo la schiena per coltivare il nostro raccolto di dubbia piantagione, una catastrofe giocare d'azzardo con la nostra sussistenza, le nostre soddisfazioni e i nostri motivi d'orgoglio. E' tutta una sorta di indebitamento mentale che abbiamo nei confronti di un determinato noi stessi, che a sua volta è condizionato dalle congiunture che si sovrappongono come spicchi di un'arancia per mantenere un'interezza adeguata per far si che si rimanga a galla come boe in un viscido mare di vita. E così dal tempo delle proposizioni si passa alle lamentele, e così ancora alla noia.
Ci piace così infondo, no?

E piano piano ci si accartoccia come un foglio di un tema che non ci piaceva e abbiamo cestinato come niente, accartocciati come la pelle della mia prozia, così accartocciata che era diventata un cristallo appoggiato sulla panchina di tutti i giorni, leggera come polvere appoggiata sulla mensola e nelle sue rughe passava il vento di ogni giorno inesorabilmente. Povera prozia, non un albero, ma un albero tornato ramoscello che si scuoteva lento ad ascoltare solo rumore di vento.
Oggi sono come lei un ramoscello: lento intento di una mano su una tastiera, privo di un'intenzione vera e di un'idea concreta. Che palle, penso.
Quante risate si sarebbe fatto Carlo V, così intenti noi a impare a memoria parole che narrano la sua storia quando lui alla nostra età saliva sul trono di un impero. Pff altro che dominus mundi.  Così non ho niente da regalare, né per me né con chi con me il piatto lo vuole condividere e nascosti dal freddo di un inverno ormai che sa di rancido,  in attesa (tanto per cambiare) di una più colorata primavera.

Ma questo cambiamento non facciamo che aspettarlo, sembra che per attenderlo sia diventato una chimera e questo forse il nostro più grande errore e come ogni giorno mi tengo questa sensazione.
Così si torna a casa in bici con un po di fiatone, ma con un pensiero in meno sul blog annoiato quanto il suo scrittore. Domani si torna in biblioteca, ma il sabato dice no e questo è l'evento più grande di una settimana di noia dove il cambiamento è la chiusura di un convento.
Forse faremo qualcos'altro domani, ripeto domani. Bah va come viene, chi lo sa, si vedrà, ma non ci siamo un po' stufati? Vediamo domani...

"L". Tutto inizia così. episodio 1.

giovedì, ottobre 25, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 21:01


Tutto inizia così, con lo sguardo perso nel vuoto mentre il compagno incontrato per caso il pomeriggio racconta l'ennesimo episodio della sua stupida e inutile vita, rendendo stupida e inutile anche la tua in quei cinque minuti trascorsi con lui, in poche parole di come una somma di coincidenze poteva affascinare Fabrizio e di come a me non me ne fregava un cazzo.
Mi chiamo L, si proprio così e-l-l-e, ora vi chiederete se sia il mio vero nome o il soprannome, perché e bla bla bla vari. No, non è l'etichetta affibbiata all'anagrafe dai miei genitori quando son nato, né è un soprannome che è derivato da un evento o un gioco, così mi han chiamato un giorno e così mi son cominciato a chiamare io: "L". Nessun senso e nessun perché come nessun senso e nessun perché sono io.
E in questo filo di pensiero parlo a voi, sì voi internauti, gente comune o youtubers o come minchia volete chiamarvi, voglio parlare a voi persone che non avete volto per il sottoscritto e presupposto ciò, potrebbe, anzi è possibilissimo, che al di là di questa registrazione non ci sia nessuno, ma tanto vale sia per questo che la prossima volta che mia madre entra nella mia camera e chiede "con chi parli?" io risponda "con Nessuno, ma!" tanto che uscirebbe indispettita pensando che le abbia regalato una mia solita scusa.
Sì, cari e care, tutto è iniziato quando ho incontrato quell'amico mio, o meglio conoscente, il Fabrizio che tanto in gamba quanto non vedeva l'ora di dire le cagate avvenutegli quel giorno al primo povero disgraziato che avrebbe incontrato. Ed ecco che entro in scena io! Oh Mr L che casualità! In altre parole per gli amici anglosassoni LOSER o per chi è anglonuncapisco SFI-GA-TO. Non avendo avuto uno specchio a portata di mano, non posso descrivere l'ilarità del mio volto esposto in un sorriso misto al terrore di fronte a quel malcapitato incontro, ma casualità delle casualità... l'Intuizione! E questa porterà quel mio stesso terrore a trasferirlo sugli sbrilluccicosi schermi dei vostri pc. Eh già, la Ggente (sì con due g) ha bisogno di parlare, di dire, di esprimere sennò non ce la fa! Ora se siete arrivati fino a qua stareste dicendo "E perché non lo fai con l'amici tua?". Eh no cari, è qui che vi sbagliate, già vi siete dimenticati? Son sempre io, L, quello di prima, il tizio senza senso. E senza senso le mie cagate le racconto qui sul fantasmagorico e attualissimo mondo del YouTubo!
Il pastore digitale mi ha invitato a prender parte del gregge, in un canale dove per minuti parlo io! E  messo già in conto che parlo a nessuno, in un mondo dove non ci rappresenta nessuno e in aria di primarie ed elezioni, qui si vota nessuno!
Se ancora mi stante sentendo cazzi vostri, son solo un ragazzetto, un mentecatto di oggi direbbe la vecchia bavosa del quinto piano, per voi è più facile.. L.

La spia rossa della telecamera si spense come un sipario a fine dello spettacolo, due tasti pigiati sulla tastiera ed L tentennò prima di cliccare su Upload. "So popo un cazzone" pensò e caricò il video.
Una sigaretta. Un agglomerato di scure sensazioni.
Una noia. L'insoddisfazione di tutti.
Tutto inizia così. 
Una cicca per terra e un video su youtube e tutte le dovute imprecazioni.

Conversazioni

giovedì, settembre 27, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 16:45


Julien aprì le tende, mentre il sole faceva luce sui suoi capelli tesi a veranda. Le pieghe della coperta descrivevano vallate alternate a onde di mare. Un naufragare.
Si sedette mentre cercava le parole da dire in fondo alla corteccia del suo animo.
-Ne vale la pena? Una domanda che pone un rischio e una posta in palio, ma non è solo quello. Sei disposto a metterti in gioco? Rimanere lì dove sei non fa altro che tenerti lontano dai tuoi dolori e mantenerti su una quiete opaca, peggio ancora. Perdere il senso del gusto non ti fa onore. Voglio solo trovare un modo per farti uscire dalla tua gabbia dorata e falsa. Falsa perché l'aspetto inganna, le sbarre appaiono seducenti come non mai e cercheranno sempre il modo che tu non riesca a fare a meno di loro. Sii forte, voglio che tu lo sia, perché, diavolo, al solo pensare al tuo modo di stare inerme mi vien da mordermi le labbra fino a sanguinare. Ma il sangue non è il mio, è il tuo.
Bisogna esser spietati con se stessi, se da se stessi si vuole ottenere qualcosa di migliore. E so meglio di te, che lo vuoi.
E cavolo. Esci e prendi ciò che non riesci. Tu che puoi, diamine!-.
Dalla profondità delle coperte un sussulto, un pianto e un sollievo.

Cafuné

martedì, settembre 25, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 19:38



Cafuné
(portoghese brasiliano)
l'atto di passare delicatamente le dita tra i capelli di qualcuno

Clementine aveva preso una sedia dal tavolo della scrivania per poter raggiungere lo scaffale più alto della libreria color marrone invecchiato, dove era posti i libri nascosti o dimenticati, quelli più difficili da raggiungere, taciturni e in lunga attesa di esser sfogliati. Sì, uno a caso e con le punta delle dita venne giù un signorotto dalla copertina verde scuro pronto come un bimbo a saltar in braccio. Era un vecchio manuale di italo-portoghese, quello brasiliano nello specifico, e Clem - così veniva chiamata dagli amici - lo posò sulla scrivania e ci soffiò sopra come a delle candeline portantdosi via il mistero celato dietro una nuvola di polvere. A occhi chiusi aprì una pagina e notò subito una parola sottolineata da una leggera riga di matita. Cafuné ripeté tra se e se.
Non comprese se fosse per il significato o per il buffo nome, ma improvvisamente si ritrovò con un sorriso stampato in faccia, subito ritratto come se si sentisse una sciocca a mostrar i piccoli denti a un libro.
Clementine non usciva da giorni, si era insidiata in una strana campana di vetro dove si dilettava a far volare uccelli di pensieri chiusi in quel suo spazio di libertà, o di prigionia. Era perfettamente cosciente che non le piaceva ritrovarsi in quella condizione, eppure nella sua cameretta l'autunno delle bianche pareti la tenevano lì custodita e così trascorreva le giornate a scrivere quando il rumore della realtà era lontano. Era convinta di vivere uno stato di atarassia, dove si è felici di esser tristi, ma non si provava nessuno dei due sentimenti come il continuo cambiare del tempo in sole e poi in pioggia in un limbo in cui non ci si bagnava e non ci si asciugava in tempo, tanto che nel frattempo settembre era alle porte.
Quel giorno scrisse così. L'atarassia è un luogo dove il tempo non esiste. Tutto viene compiuto con la lentezza necessaria, senza fretta e senza noia. Tutto è solo una somma di azioni iniziate e poi finite senza troppi motivi e troppe conseguenze, se non nessuna. È come le cicale d'estate che accompagnano il sole con il loro vociare così per colmare il silenzio, così tanto per farlo. È' una casa vuota dove ladri che si trascinavano dietro speranza e paura non trovano nulla da rubare, costretti a riportarsele indietro senza lasciar traccia.
Soddisfatta, continuava però a rimuginarci sopra seduta sopra il letto come un vecchio monaco buddista alla ricerca del proprio io sfuggevole: alla fine l'immagine dell'uomo è riconducibile a quella di un cane che cerca di mordere la propria coda, pensava.
Non fece in tempo a concludere quel pensiero che il letto si fece più scomodo a tal punto da diventar duro come roccia e attorno a se non più una opaca stanza, ma una viva sorgente, uno specchio d'acqua dove si disegnava l'immagine di una ragazza assopita da se stessa, la grottesca figura dei giorni persi. Clem non se ne capacitò e, anzi, provò un tale terrore che si spaventò e scattò in piedi all'istante chiedendosi in quale pozzo fosse precipitata, se non fosse per il sole lucente che le abbagliò gli occhi abituati all'oscura luce della sua casa e dalla roccia bagnata sotto i piedi che la fecero cadere in acqua. L'acqua era talmente fredda che più cercava di richiamare i nervi del corpo, più questo non diventava suo e lentamente si inabissava mentre la luce si smarriva nelle tenebre del fondo. Rinunciò a tutto, chiuse gli occhi e si immaginò risalire fino in superficie.

Cosí li riaprì come per vedere l'esterno e riprendere disperatamente il fiato, ma si ritrovò sul balcone  mentre fuori tuonava la pioggia di settembre, talmente tanto che era totalmente bagnata dallo scorrere della vita.

Quello che non ho

sabato, agosto 11, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 05:32


Se scrivo di notte, ora in questo momento, lo si fa con la malinconia di una penna blu a rispecchiare uno stato d'animo che in inglese lo si chiama con il medesimo colore e lo stesso malcontento. Tener i calzoni con le bretelle e sentire le monete facendole saltellare dentro a una mano e star con gli occhi in su in un giorno di stelle per prenderle nella caduta e non perderle come i calzoni attaccati a quelle stupide bretelle. A volte a tener su la vita è come essere una spiaggia e sentire mancare granelli di sabbia e non poter contarli, è facile mantenere la propria dose di fantasia in fila da anni aggrappati a parole nascoste a minacce come coltelli. E mentre il mondo s'affaccia, c'è chi dice che quei mari non vorrebbero più vederti, quindi meglio per te evitarli, come dire a un gabbiano in montagna devi esiliarti. Ma Jonathan Livingston nacque gabbiano, visse esule e tornò libero abbracciandosi e scannandosi, legato alla via un paio di ali e due penne. Forse a dar ragione alla gente, ci si odia di più, meglio sorrider alla sorte che a una fine peggiore. A dar ragione a profeti, c'è da crederci troppo e non alzar più un dito. A dar ragione a statistici, troppi numeri e poche parole, meglio esser sciocchi e di poesie far prole. Forse alla ragione meglio non dar, meglio morir a non accendere la tv in un fuoco di orizzonte, sull'equilibrio di un sole che si spegne. Lai, la la lai. A cantar non ci si rompe i coglioni, come far gli uomini di partito a levigar le poltrone di pelle e riempir le prigioni di celle chi è vestito da finto criminale, un qualsiasi ribelle. E a mangiar le stelle, oggi si è cestisti in canestri di vuoti e tirar palloni di carte, fogli pieni di mancanze di cose mai avute. E la puzza sotto il naso non se ne va più, come i piedi nelle scarpe rimaste a sudare ad aspettare una passeggiata in cortile dove è vietato calpestare il prato, per qualche sorte di maestoso tabù. E quanti cazzi sul caffè e le sigarette, eppure ci sei te come una tua tisana prima del letto ad allontanar le stanchezze. Vorrei bussar, ma chiudo la mano con carte sul tavolo e cuffiette solo con De Andrè e niente tressette. Quello che non ho sono le tue pistole per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole. Lui scrive suona canta e non mente.