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L'altalena

lunedì, gennaio 30, 2017 - Pubblicato da Dan Angelo alle 20:40


Non so.
Mi sento sempre smarrito in qualche modo mentre le cose scorrono accanto a me. L'autobus di una vita fa le sue fermate, mentre io poggio il mio gomito sulla finestra a guardare i fiocchi di un inverno che se ne va, ma che nonostante tutto tornerà.
Sarà passato anche per di qui il tenue tonante tremolare del vento che attraversa le spesse foglie lontane. Foglie talmente verdi, che sfuggono come semafori che lasciano passare il sibilo sonante di parole fini, fino al nascondersi dell'orizzonte.
Anche le parole ogni tanto finiscono, alla terra rimangono, alla terra ritornano.
E anche le parole ogni tanto mancano, magari volutamente non dette e tenute, magari volute ascoltare come briciole in fondo a tasche mai svuotate.

Al girare dei calendari il cielo si illuminava, e mio nonno minutamente le spegneva.

Non ci sono storie di eroi, di cavalieri o trombe d'eccellenza. Certe storie son rimaste lì, e lì son rimaste le pagine di un libro vecchio di cui ho potuto toccare solo la copertina delle righe di una mano, come avvicinarsi e allontanarsi al calore di una fiamma di candela. Un soffio di fiato e anch'essa si è spenta.

Per tanti motivi e tante cose, forse non ho mai conosciuto davvero mio nonno. Dunque, un bimbo gioioso andava sopra un'altalena che si avvinghiava sui rami di quell'albero rugoso e forte. Quell'albero con gli occhiali e pochi polmoni era mio nonno. Quell'albero sapevo che era sempre lì a nascondersi dietro la sua corteccia, che poco narrava ma che tanto nascondeva. Vorrei esser stato abbastanza grande da salire sopra l'altalena e afferrarne i rami, ma molto spesso ero così piccolo che cadevo a terra e rimanevo a giocare con le formiche.

E così, ad un certo punto non era più il tempo dell'altalena. L'inverno si è portato via le tue foglie e di fretta e furia cerco anche io di mettermele in tasca, ma anch'esse rimangono briciole.
A guardare in fondo alle mie tasche, però mi regali questo pensiero.
In qualche modo di diventare albero anch'io e come te toccare il cielo.



Gerekli şeyler, cose necessarie

lunedì, maggio 06, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 20:36


La direzione del vento poteva essere la via per il quale sarebbe stato opportuno perdermi, ma il cuore rallenta e la testa cammina a forza di essere vento, così, dritto in direzione ostinata e contraria, mi avviai sulla mia cattiva strada alla ricerca di qualcosa da guardare e ammirare.
Bisogna vedere, bisogna dire, bisogna sentire, bisogna afferrare e prendere le cose per mano e concertarne il peso e la sostanza. Immaginare, penso che a me l'immaginazione non basti, senza alcuna offesa a ciò che per Leopardi potesse significare l'intangibile nascosto dietro a quella siepe. Procedere ed essere impreparati, essere maniacalmente intenti a scrutare cosa c'è dietro l'angolo.
IO mi sento di far così e non mi ha mai fatto pentire l'avvertire la vita come granuli di sabbia che scivolano sulla palle passandoci un mano sopra. Ho conosciuto, ho incidentato momenti che le lenzuola di un letto racchiudevano come la copertina di un libro.
E quando ho una buona mela la mordo, diavolo se la mordo, è più forte di me. Non credo che a furia di osservarla e attenderla questa si lasci sciogliere nei miei pensieri e va da se che la mordo di gusto, assaporandola e gondendo dei suoi dolci succhi.
Si, prendo la vita a morsi digerendone i colori come secchiate di malumori e benessere. Credo che sia per questo che quando il mio dentista mi visitò si sorprese di dovermi eliminare quelle evidenti undici carie che decoravano i miei denti, e forse fu ancora più sorpreso che dopo il settimo dente mi chiese:
"Guarda che possiamo rimandare, sei sicuro che vuoi continuare?"
"Ma sì, non c'è problema" risposi.
La sua espressione si chiedeva se avessi uno strano rapporto col dolore.
Io me ne torno dai miei giorni in questo modo, inforcando la bici troppo distratto a guardami intorno fino a che vedo una giovane mamma stringere al cuore la sua piccola creatura come se fosse la sua armatura a difesa dal mondo. Io sorrido quasi senza farci troppo caso, lei mi nota e sorride anche lei.
Allora va tutto bene.

Fogli di Febbraio

venerdì, febbraio 15, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 18:31


Troppi fogli bianchi. Come di consueto ultimamente non riesco a scrivere, avere voglia di condividere qualcosa ed esprimerle in parole, mettere le idee su inchiostro. Non ho idee: solo pensieri vaghi, tanti puntini sul foglio da poter ottenere una creatura mistica, ma il risultato è sempre qualcosa di informe che non dice niente, non convince. Essere interessanti, questo quello che ci vuol competere poiché si vuol scrivere sempre qualcosa di prezioso come per aggiungere uno scellino d'oro nella mia(vostra) sacca di monete e poter spendere come polline nell'aria in primavera. Ma non sempre succede e mi ritrovo in difficoltà come quella parola che si piazza sulla punta della lingua e che rimane là chiusa tra i denti muta e silenziosa senza poter esprimere il proprio concetto premettendo che ci sia. E' la routine di un giorno come un altro, di una biblioteca copiosa e di un esame non dato. Dannato tu sia bianco e nero della monotonicità, eterna mortalità dell'uomo che con le tue scale di grigio non ci fa distinguere un drappello rosso da quello nero, dunque è così che ci si ritrova ogni volta a disperder parola di noia, a parlar di noia e di quello che si vorrebbe fare: non è forse vero che si passa troppo tempo a discutere dei propri intenti e niente di quel tempo viene usato per poterli dipingere sulla tela della propria vita?

Ahimè come contadini ci spezziamo la schiena per coltivare il nostro raccolto di dubbia piantagione, una catastrofe giocare d'azzardo con la nostra sussistenza, le nostre soddisfazioni e i nostri motivi d'orgoglio. E' tutta una sorta di indebitamento mentale che abbiamo nei confronti di un determinato noi stessi, che a sua volta è condizionato dalle congiunture che si sovrappongono come spicchi di un'arancia per mantenere un'interezza adeguata per far si che si rimanga a galla come boe in un viscido mare di vita. E così dal tempo delle proposizioni si passa alle lamentele, e così ancora alla noia.
Ci piace così infondo, no?

E piano piano ci si accartoccia come un foglio di un tema che non ci piaceva e abbiamo cestinato come niente, accartocciati come la pelle della mia prozia, così accartocciata che era diventata un cristallo appoggiato sulla panchina di tutti i giorni, leggera come polvere appoggiata sulla mensola e nelle sue rughe passava il vento di ogni giorno inesorabilmente. Povera prozia, non un albero, ma un albero tornato ramoscello che si scuoteva lento ad ascoltare solo rumore di vento.
Oggi sono come lei un ramoscello: lento intento di una mano su una tastiera, privo di un'intenzione vera e di un'idea concreta. Che palle, penso.
Quante risate si sarebbe fatto Carlo V, così intenti noi a impare a memoria parole che narrano la sua storia quando lui alla nostra età saliva sul trono di un impero. Pff altro che dominus mundi.  Così non ho niente da regalare, né per me né con chi con me il piatto lo vuole condividere e nascosti dal freddo di un inverno ormai che sa di rancido,  in attesa (tanto per cambiare) di una più colorata primavera.

Ma questo cambiamento non facciamo che aspettarlo, sembra che per attenderlo sia diventato una chimera e questo forse il nostro più grande errore e come ogni giorno mi tengo questa sensazione.
Così si torna a casa in bici con un po di fiatone, ma con un pensiero in meno sul blog annoiato quanto il suo scrittore. Domani si torna in biblioteca, ma il sabato dice no e questo è l'evento più grande di una settimana di noia dove il cambiamento è la chiusura di un convento.
Forse faremo qualcos'altro domani, ripeto domani. Bah va come viene, chi lo sa, si vedrà, ma non ci siamo un po' stufati? Vediamo domani...

Conversazioni

giovedì, settembre 27, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 16:45


Julien aprì le tende, mentre il sole faceva luce sui suoi capelli tesi a veranda. Le pieghe della coperta descrivevano vallate alternate a onde di mare. Un naufragare.
Si sedette mentre cercava le parole da dire in fondo alla corteccia del suo animo.
-Ne vale la pena? Una domanda che pone un rischio e una posta in palio, ma non è solo quello. Sei disposto a metterti in gioco? Rimanere lì dove sei non fa altro che tenerti lontano dai tuoi dolori e mantenerti su una quiete opaca, peggio ancora. Perdere il senso del gusto non ti fa onore. Voglio solo trovare un modo per farti uscire dalla tua gabbia dorata e falsa. Falsa perché l'aspetto inganna, le sbarre appaiono seducenti come non mai e cercheranno sempre il modo che tu non riesca a fare a meno di loro. Sii forte, voglio che tu lo sia, perché, diavolo, al solo pensare al tuo modo di stare inerme mi vien da mordermi le labbra fino a sanguinare. Ma il sangue non è il mio, è il tuo.
Bisogna esser spietati con se stessi, se da se stessi si vuole ottenere qualcosa di migliore. E so meglio di te, che lo vuoi.
E cavolo. Esci e prendi ciò che non riesci. Tu che puoi, diamine!-.
Dalla profondità delle coperte un sussulto, un pianto e un sollievo.

Nessun confino

venerdì, giugno 15, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 15:12


Un muro divideva
la terra irrequieta e
sporca di sangue rosso.
La sopravvivenza è
dettata da un fosso
lontano dagli scorci
verdi e rigogliosi
di ulivi gioiosi
tranciati via ormai
da bulldozer infami
da storia che già sai.

Il cielo era pieno
di uccelli, nuvole
non rombo assordante
di aerei neri
con l'obiettivo fiero:
oscurare il sole
con pace devastante
di un'occupazione
e il pianto bambino.

Un dito contro l'altro
un eterno conflitto
di uno oppresso e
di uno che opprime.
Ma qui non c'è vincente
c'è gente innocente
di confini nessuno,
solo innata voglia
di pace, serenità
e non dover piangere
il dolore di nessuno.

Il ritorno a casa

venerdì, aprile 13, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 16:13


E' stanca la mente di un sudicio corpo alla fine della giornata. Membra poggiate sul sedile di un autobus notturno e, chiusi gli occhi, il pensiero va a lei e, insieme a lei, la dolce voglia di stringerla accarezzandole i capelli. Strani i sorrisi sul finestrino, spezzati dai lampioni a rompere le tenebre.
I pensieri sono acini di un'arancia che formano l'intero frutto e, come per raccogliere il succo, esplodono in mille sapori, gocce di vernice sulla tela che danno gusto agli umori.
A quest'ora c'è poca gente fuori, anche se gli irriducibili della chiusura dei locali compaiono come figure tremolanti alla ricerca di un equilibrio perso di propria spontanea volontà.
In questi casi guardo la luna, ce n'è una per ogni notte e ognuna è più spontanea, non si fa scrupolo a mostrarsi così piena di sé, mentre altre volte si nasconde e lascia il cielo alle stelle, loro sì che non mancano mai.
Una persona potrebbe paragonarsi alla luna, tanto ridente quanto a volte è schiva o sentirsi più piccola mentre altre volte si sente più grande e importante. Nella luna, una persona rispecchia il proprio ego mentre la fiumana di persone sono stelle infinite che ci circondano nel cielo della nostra vita.
Nel veder i marciapiedi vuoti, io satellite della terra, sono solo nel giorno a vedere questi lampioni come nuvole che passano e corrono. Soltanto che ora è notte.
Scivolo via verso la mia tana, una culla di emozioni, un letto e una coperta di sogni fino alla luce di domani.

Funamboli

giovedì, aprile 05, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:06


"Ci sono gli attori. E ci sono i funamboli.
Ci sono due specie di persone.
Ci sono quelli che vivono,giocano e muoiono.
E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita.
Ci sono gli attori.
E ci sono i funamboli."

Quotidianità costruita su matasse di fili, così i funamboli della terra camminano sull'aria della terra. Una casa, un reddito, una famiglia, un rapporto: buche da sorpassare sopra un filo che si tende e si abbassa, a volte sparisce. Acrobati a ritmo di pianoforte, come l'affondare di un dito su un tasto e il colmare del cielo in nuvole. Passo dopo passo, allargate le braccia e fare un passo e uno ancora con un piede che insegue l'altro senza fermarsi mai.
Quanti suicidi in pensioni non rilasciate e cumuli di denaro usati come cartine da banche spietate. E dal filo ci si lascia cadere, guardando nella caduta le stelle rimaste lassù e a cui si cerca di dare una spiegazione del proprio gesto.
E dal filo cominciano a farti saltare una siepe e poi un muro che nasconde il limite di uno strapiombo e quanta paura nascosta in luoghi di incertezze. Qualcuno si ferma e si accuccia tremolante, rinchiuso su se stesso come un cane senza casa e senza casa attaccato saldo con le mani al filo aspettando che finisca la pioggia.
Una colonna di fumo e un campo di battaglia. Gladiatori funamboli e chi si ferma è perduto. Così il dado è tratto.
Uno, due, tre, quattro, conto i passi dei miei piedi stanchi, così incattivito, così annoiato da esser stufo di questo paesaggio. Quanta destrezza nella voglia di cambiamento, ma che sia lento districato tra il rumore del vento e immerso da un convento fatta di famiglia, studio e intento. Il mio studio, la mia ragazza, il mio voler camminare su questo filo e di passi ne ho fatti duecento. Tutto a misura di noi stessi, reinventandosi con uno stato di facebook e di carta igienica usata nei cessi. E siam così bravi e così complici da esser indivisibili e invisibili ai nostri occhi, dolci balle di fieno che rotolano rotolano e accumulano accumulano. Dobbiam accumulare. Che sian soldi o sian rabbia poco conta. L'importante è rotolar e accumular.
Quanto poco rispetto nei miei confronti, tanto da prendere le forbici e tagliare.
Fi/lo via.
Cado.

Coriandoli a Natale

mercoledì, dicembre 07, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 18:03

Mi hanno messo in alto, sopra le teste della gente. Mi piace nascondermi e subito dopo farmi vedere,  le persone che passano si voltano verso di me osservando questo mio strano comportamento. Sono fatta per essere ammirata e per far ammirare gli oggetti che avvolgo con la mia malizia. Ho tante sorelle e facciamo questo gioco in gruppo, magari ci alterniamo, cambiamo posizione, insomma le regole le decidiamo noi!
E ci divertiamo anche fa freddo, ma il freddo è il nostro habitat naturale. Amiamo danzare attorno agli abeti, più sono grandi più siamo noi per ballarci attorno. Siamo fate della notte, come le stelle ci mostriamo.

Ed eccomi qua come ogni anno tra pacchi di regalo e guanti e giacconi. Guardale quelle persone, sembrano camminare più strette fra di loro per tenersi al caldo.
Tornerò in letargo dopo le feste, ma quando sarà di nuovo il tempo sarò scattante per sorridere e ballare.
Sono una luce di natale, sono il coriandolo di capodanno.

Pretend we don't exist

lunedì, dicembre 05, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 16:18


Come la nuvola grigia che passa veloce sopra i tetti delle case, nasce pretend we don't exist. E' solo un titolo, niente di che. Parole diverse, concetti diversi. La realtà è il nostro delitto, alla ricerca delle nostre prove e passiamo tutto sotto i raggi ultravioletti cosa vediamo? Quali prove cerchiamo? Il violino accorda il nostro sottofondo e sguazziamo nel fango per sporcarci. Sporchiamoci del tutto. Intrisi di realtà andiamo avanti per il mondo, passiamoci una manica davanti agli occhi e cerchiamo di guardare. Così sporchi cosa ci rimane da vedere, non confondiamoci tra il fango. Rallenta il ritmo, rallenta il tempo, ci spezziamo in mille pezzettini scomponendoci e ricomponendoci come i tasselli di un tetris. Esistiamo e pretendiamo di non esistere. Il fango della realtà che ci appare copre tutto, ma cosa nasconde, cosa cela? Come miliardi di molecole che non vediamo, crediamo che non esistano eppure ci sono. Pretend we don't exist è un modo più profondo di attraversare le cose, di affogare nella loro essenza e attenti: non più lontani da ciò che consideriamo reale e vero, ma molto più vicini.
L'essere trasparenti, ci preclude l'esistenza?

Filo spinato

martedì, aprile 19, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:10

"Libertà l'ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato." Il suonatore Jones, Fabrizio De Andrè


Ferro, ferro ovunque. Ferro era la panchina, ferro erano i pali della luce, ferro erano le transenne, ferro erano le sbarre delle porte e ferro erano le recinzioni. Vicino, ma lontano era quel verde albero al di là dei confini. Fortuna c'è il sole che baciava me e anche l'albero, lui non si degnava di negarsi a nessuno, lui. Ma crudeli erano le nuvole feconde di pioggia che si mettevano fra me e il calore dei raggi. Bastava poco per rendere grigio tutto, grigio più che mai diventava il cupo asfalto specchio dell'intristito stato d'animo. Anime perse nel limbo del giudizio tra telecamere sull'attenti, in attesa di compiacere la divina istituzione per ottenere quel briciolo di libertà.
E' obbligo chiedere il permesso per toccare quell'albero al di là.

Il filo dell'apparenza

giovedì, aprile 07, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 23:38

Esco fuori dal tunnel del divertimento.
Apparenze appaganti, da sentimenti
tirati fuori dal corpo esplicati
per marchiare
profondità segnate sulla sabbia.

Superfici fragili come cristallo trasparente.

Anime legggere dallo scheletro inesistente,
sorrisi lucenti di nera carta e metallo sporco
lontani dalle soleggiate mete delle verdi colline.

Scosse

lunedì, ottobre 11, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 19:20

Giudizi universali.
Valanga di parole date al vento e dal vento ritornano come lontani echi di montagna. Neve che si scioglie al contatto con le mani: acqua dura che scorre via a piccole gocce.
Sensazioni ad occhi chiusi che rendono colore ad un nero poco sfumato.
Perdita di controllo del mondo circostante, pelle a pelle, confusione a confusione.
Istanti di eternità.
Su e giù di onde che scivolano con incertezza e timore in terre da scoprire.
Tremore.

A malincuore la marea si alzò.

Dissolventi Dolcezze

venerdì, settembre 24, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:46

Tocco il pensiero con un dito, si muove
come la superficie di una pozzanghera
al contatto di una goccia d'acqua candida.

C'è un sorriso che si confonde con il mio.
Il controllo inutile di questo strano giro
fatto di strade impetuose e nuove.

Visioni di sguardi lontani cercati
e labbra morse davanti ai reati.
In neri corridoi chiusi i pensieri
liberati dai sorrisi troppo sinceri.

Sono strane sensazioni della mente,
creano calori e vapori d'incertezza
rendendo il vano equilibrio incostante
su pezzi di vetro attoniti nella mutezza.

Chiedo Troppo?

domenica, settembre 12, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 13:47
Prendere un secondo e sapere quante persone nascono, quante persone vivono e quante persone muoiono. Davanti al paradosso che è la vita, gli esseri umani si mostrano semplici ed elementari.  Così inconsci della nascita, così attaccati alla vita, così impauriti dalla morte. Anche quel giorno riecheggiavano i pianti di piccole creature che venivano al mondo, un altro essere umano aveva compiuto il primo passo verso la vita. Così in quello scenario che è il mondo, nuove vite, nuove memorie tracciavano il proprio passaggio e i percorsi si scontrano, si dividono, più lentamente, più velocemente, parallelamente, in senso contrario. Eric tracciava la sua. Dentro quella città dominava il caos e il traffico. Persone che andavano e venivano. Lì il movimento non si placava mai, un’eterna corsa. Sembrava l’incessante inseguimento di qualcosa, come un cane che gira attorno a se stesso tentando di prendere le propria coda. Lui stava seduto su una panchina, intento a guardare con aria indifferente, il contorto scenario Picassiano che si intricava davanti ai suoi occhi. Lui ,espressione perplessa e alienata, non faceva parte di quel quadro. Passò il suo sguardo da terra verso il grigio cielo della città. Poi lo riabbassò, aggrottò la fronte e suoi occhi scuri come la notte diventarono malinconici e consapevoli. – E’ davvero questo il mio mondo?- si chiese sospirando come davanti alla scoperta di una realtà che non voleva accettare. Tra i veloci piedi dei passanti, le luci dei semafori che ritmicamente alternavano i loro colori e le mani nervose degli automobilisti sul volante, Eric aveva gettato la sigaretta che nel frattempo il vento aveva consumato lentamente. Appoggiata la schiena sulla panchina, mise le mani in tasca e rimase lì tra i suoi pensieri che si concludevano quasi sempre con un punto interrogativo. Quella società lo avvinghiava, lo soffocava. Egli voleva spezzare quelle corde che lo imbrigliavano e fuggire da tutto ciò ed essere come quella farfalla che librando nell’aria nel suo candido volo spezzato poteva guardare dall’alto il paesaggio. Proprio cosi, voleva andare in alto, e cosi come una farfalla vedere il panorama del mondo, ammirarlo liberamente. Così Eric partì, non aveva un itinerario preciso, voleva solamente esplorare luoghi, conoscere persone, guardare la vita e comprenderla un po’ di più; da questa esperienza capire meglio se stesso e ciò che voleva realmente. Il ragazzo aveva eliminato inizialmente le grandi città o posti che avrebbero potuto ricordare la società alla quale si sentiva poco legato, per cercare fortuna in un’isola indonesiana nel pacifico. L’esperienza vissuta lì lo segnò. Una piccola goccia di rugiada scivolava dolcemente sulla delicata superficie di una foglia. Cadde verso il basso posandosi sulla sconfinata distesa della stesso colore della speranza. Le oscure nubi della stagione delle piogge finalmente erano state spazzate via dal liberatorio soffiare del vento. Ora il sole dominava quel luogo incantevole, attento contemplatore del paesaggio che si mostrava come un giocoso bambino davanti alle dolce carezze dei suoi raggi. In quel luogo incontaminato Eric aveva assistito alla semplice vita degli allegri abitanti, i quali davanti alla fame e alla povertà sembravano andare avanti imperterriti come incantati dalle piccole cose che la vita poteva loro offrire. Ma ciò che più colpì Eric fu la presenza dei bambini: il loro correre verso dei sogni, le loro voci spensierate che si perdevano tra il cantare degli uccelli. Sogni, sogni.. ma sapevano cosa erano i sogni? Eric aveva visto quei piccoli bambini che sorridevano, ma sapeva che non sorridevano per un giocattolo nuovo, o per un regalo portato da un papà. Sorridevano alla Vita. In quei luoghi non c’erano macchine, vestiti o personaggi famosi, ma solamente uomini vestiti di toppe e buchi che cercavano di scampare al fantasma della fame. Là i sogni potevano esistere? Eric aveva visto. Aveva visto piccole mani sporche dover portare pesanti secchi di acqua ,perché l'acqua a casa non c'era. Aveva visto piccole mani sporche prendere una matita colorata e stringerla come il tesoro più grande. Aveva visto piccole mani portare gli animali. Aveva visto piccole mani sporche tenere con curiosità un libro. Aveva visto piccole mani sporche cucinare, pulire, lavorare. Aveva visto piccole mani sporche sudare come quelle dei grandi. Aveva visto piccole mani sporche tenere le sue. Ma soprattutto, aveva visto grandi occhi che gli chiedevano com'era il mondo. Ma come poteva spiegare com'era il mondo? Il suo era poteva essere chiamato davvero così? Il mondo dove tutto è scontato. Il mondo delle mille possibilità. Il mondo dove una matita è solo una matita. Il mondo che guarda dall'alto in basso chi porta le toppe. Il mondo che tra le sue luci si ritiene superiore, avanzato. Che razza di mondo è? Anche lì Eric aveva visto, aveva guardato. Aveva visto mani pulite sprecare acqua. Aveva visto mani pulite gettare annoiate una matita. Aveva visto mani pulite inquinare. Aveva visto mani pulite rubare. Aveva visto mani pulite uccidere. Aveva visto mani pulite superbe. Aveva visto occhi spenti e tristi. Avevano tutto, ma sprecavano tutto. Avevano tutto, ma in realtà non avevano niente. Ecco perché il giovane decise di partire quel giorno e avere, poi, la certezza che il suo mondo non gli appartenesse. Inoltre comprese una cosa molto importante: gli esseri umani potevano apparire così uguali alla nascita, ma così diversi potevano mostrarsi alla vita. Un giorno Eric vide due bambini, all’apparenza fratelli che si tenevano per mano. Lui sorrise e sfiorando i loro sguardi gioiosi per un attimo sognò ad occhi aperti e vide il luogo in cui si sentiva destinato: la povertà che aveva visto non esisteva e lì, teneva strette altre mani che non erano pulite o sporche. Erano nelle loro sfumature tutte uguali. Da quel momento Eric riprese il suo viaggio, doveva vedere di più. Nel tempo che trascorse viaggiando scoprì situazioni non molto differenti, se non peggiori, dall’isola indonesiana. E con queste scoprì anche qualcosa a cui Eric voleva riflettere seriamente: c'è tanta ingiustizia.  La trovò negli occhi di un vecchio malato, di un bambino che piangeva, in quelli di un operaio sfruttato e negli occhi di una madre malinconica. Ingiustizia. L'ingiustizia che avvolge il mondo dalla quale secondo lui è facile coprirsi gli occhi e vivere o ancora peggio aprire gli occhi e rimanere indifferenti. Povertà, guerre, calamità e distruzione Eric li aveva visti da vicino, ma gli bastava accendere il televisore per poter vedere l’oscenità di questo mondo. Ma il più grande stupore per il ragazzo fu comprendere che a chi non toccava queste sorti, la vita per loro scorreva serenamente e tutto ciò finché non avvertivano il dolore attorno, non vivevano guerre, non vedevano la paura e la rassegnazione. Eppure si chiedeva se non sapessero che la Terra è il pianeta nella quale la vita ha preso luogo e l’uomo vive e, quindi, dove tutti gli uomini sono abitanti di essa. C’è chi come tanti ha una casa, un lavoro, un famiglia, magari anche dei bambini, tuttavia molti altri, che abitano questo bel pianeta blu, una casa, un lavoro o perlomeno cibo e acqua non la posseggono. Eric allora si guardò le mani. “Perché? Il loro sorriso e' il mio. Il loro cuore è come il mio. Le loro lacrime sono come le mie. Ma la loro vita non è come la mia. Perché?  Io mangio. Io bevo. Io vivo. Loro non mangiano. Loro non bevono. Loro non Vivono. E’ così folle e sciocco voler cambiare le cose e desiderare quell'uguaglianza che dovrebbe essere presente nel mondo? Quando il dolore è vicino e lo si avverte, si sa agire e si vuole curare. Ma è difficile comprendere che il dolore di un bambino, di una madre, di un anziano, di un adulto è presente ogni giorno, ogni ora, ogni minuto? C’è chi beatamente dorme, sogna, desidera. Ma con che coraggio dorme sapendo che ce un bambino del terzo mondo bisogna spiegare che cosa sia un sogno?” Eric si sentì profondamente cambiato, strinse la mano in un pugno. “Voglio cambiare il mondo. Voglio quell'uguaglianza, quella giustizia e quei diritti che devono godere tutti gli uomini. Voglio un mondo dove lui non è diverso da me, anche perché spesso si dimentica che si nasce uguali comunque. Voglio un mondo dove guardare in alto e poter dire con certezza che viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Chiedo troppo?”

Testa di mal

mercoledì, settembre 08, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 23:45




Piogge plumbee penetranti
di tuoni lucenti e lampi assordanti.
Gocce che scendono come sassi
colpendo persone dai veloci passi.

Cascate cadenti dai vetri
di una fredda finestra
lavano silenzi tetri
nella piccola stanza sinistra.

Si risveglia il letto
mal di testa prende il martello
picchia il petto
picchia come Otello.

Idee spariscono
Illusioni anneriscono.

Il pallido giorno isterico
di un utopista logorroico.

Ponte

lunedì, settembre 06, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:02

Che sia seduto sul mio letto, sulla mia bici o su un ponte sopra un fiume che scorre. In qualsiasi posto, trovo così semplice distrarmi e fantasticare immaginando chissà quale posto, chissà quale evento e chissà quale persona.
Così semplice e senza alcun prezzo da pagare.
Non c'è modo migliore di muoversi nelle strade del tempo e dello spazio. Creare, creare qualcosa che sia diverso dalla realtà o difficilmente raggiungibile e poterla afferrare chiudendo solamente gli occhi.

Anche adesso.

Mentre la luna è tagliata a metà e con la particolarità unica di un ponte. Chi lo attraversa può affrontalo solo in tre modi diversi: superandolo da un verso o nell'altro, oppure fermandosi con tutto ciò che lo circonda.

Alzare la testa

venerdì, agosto 13, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 00:44

Mi piace guardare il cielo e ciò che lo riempie: le nuvole, le stelle, il sole e la luna. Pensare chi, in quello stesso momento, li stia guardando insieme a me da un'altra angolazione. Così, ho l'abitudine di alzare la testa nei posti più remoti e casuali.

E chiedersi "Chissà".

Chissà cosa pensa, cosa fa, cosa sta riempiendo l'attimo di una determinata persona. Cosa può significare adesso quel presente.
Certe volte sarebbe magnifico esserne a conoscenza, ma quasi sempre si ritorna a quel banale Chissà.