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La fermata dell'autobus

martedì, ottobre 22, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 22:08

 

(La foto è totalmente casuale e nel racconto non è citata. Ma mettere di mezzo la municipale non fa mai male insomma..  sta sempre in mezzo al cazzo comunque)


C'è sempre un diavolo secchio della spazzatura. Sì, dietro ogni fermata si nasconde un secchio della spazzatura come a dirci “si, so che nell'attesa fumerai una sigaretta: perlomeno cicca qui.” , o ancor meglio “prenditi una birra, altera la tua situazione attuale che è meglio, successivamente cerchiamo di sembrare sostenibili ed ecologici: buttala qui dentro.”. Pochi, i salvati o i privilegiati, sono sfuggiti dalla chimera della fermata dell'autobus. La vedi. Ti avvicini inesorabile in quella palude di cemento, dove quell'elenco di autobus fatto cartello giallo ti dice "mo so cazzi tuoi".

E' mattina.
Non ne vuoi sapè un cazzo di nessuno. Sei in ritardo, fai colazione lo stesso, altrimenti muori subito dopo. Ovviamente hai messo le mutande al contrario con l'etichetta bella in vista alle tue spalle, che sembra cantare sul ponte sventola bandiera bianca. Esci dal portone di casa con un occhio chiuso e l'altro pure, chiami l'ascensore. Poi pensi che almeno un po' di musica mattutina, che ti accompagni nel tragitto, funzionerebbe da lenitivo. Cerchi le cuffiette in tasca, un tal groviglio che a saperlo Rubik si sarebbe esentato dal colorare le facce di un cubo perché era divertente. Ovviamente lui, il vecchietto del cazzo dell'interno 8, nel frattempo ti ha richiamato l'ascensore che era arrivato sul tuo pianerottolo. Colorite Reazioni.
Ti incammini verso la fermata dell'autobus sfilando gli ultimi fili delle cuffiette, evitando pali e/o persone come se fossero proiettili matrixiani, fino a quando ti rendi conto che arrivato esattamente a metà tra la fermata e la tua casa avevi bisogno di andare in bagno. Stringi le chiappe.
Scontato dire che nel frattempo l'autobus era passato accanto a te e lo stesso vecchio di merda dell'interno 8 ti raggiunge con il suo bastone chiedendoti “è passato l'autobus?”. Il bastone sarebbe stato un ottimo tappo.

Qui inizia la tragedia quotidiana, di una storia ciclica e infinita.
La mattina è il meticciato suburbano di chi aspetta alla fermata dell'autobus e vicino al secchio della spazzatura ovviamente. Si narrano storie di vecchi impressionisti dell'ottocento che rappresentavano tal paesaggio, come uomini legati a lancette d'orologio appesi dalla non fruibilità del tempo. Mentre eccolo dall'altra parte l'automobilista, diviso dai pendolari dall'assicurazione del veicolo e dall'azione civilizzatrice del parabrezza. Se la ride lui, distratto e frustrato, superbo e altezzoso mentre osserva i poveri condannati: una stazionarietà di anime in fila per Caronte. Semaforo rosso e lui suona. “Che cazzo te soni” pensano tutti all'unisono come un coro di muti.
Per essere romantici quando ti guardi attorno sembri all'interno di una foto color sigaretta di un proletariato urbano, almeno l'irritazione delle facce dice quello. E tutti guardano nella stessa direzione, come Colombo che scruta l'orizzonte aspettando  di avvistare terra. Si, ma quelle non erano le indie, idiota. Si, come quello non è l'autobus che ti serve, coglione. E ad un tratto da un'ala della fermata si sente come un sospiro di salvezza, come se ad un certo punto loro erano i prescelti. Per noi, sfigati che dovevamo ancora aspettare, lo erano. Si deve sempre arrivare a una meta, sennò si è smarriti. Cazzate. Guardi l'orologio. Game Over, sei spacciato. Stavolta non era tanto una cazzata. Il problema della giungla urbana è che non ci sono scimmie, siamo tutti dei cazzo di naufraghi con uno smartphone in mano.
Ma tanto come sempre il bus arriva e inizia il pogo, ma il governo ha dovuto tagliare la musica. Vedi un tuo ex compagno dei tempi della scuola da lontano, fuggi verso la direzione opposta. Tagli la strada a una sprovveduta vecchietta e ti siedi vicino al primo tizio, al quale non riesci a distinguere la vetta del K1 dalla forfora che scendeva come fosse stato Natale. Ti addormenti e l'autista ovviamente non deve far altro che frenare per farti sbattere la capoccia contro il vetro del finestrino. Almeno non mi son ritrovato al capolinea..

L'inutilità tra un caffè e una sigaretta

mercoledì, luglio 11, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:53


Piccoli semicerchi avvolgevano il cielo come una parata inaugurante l'avvenire della nuova primavera e così le rondini facevano acrobazie in aria come aereoplanini di carta che rimanevano sospesi a dispetto della gravità. Il caffè schiumato si sfumava al girare del cucchiaino, ad unire insieme quel misto dolce amaro risvegliante le menti assopite. Oscar apprezzò lentamente quella schiuma caffè-latte e poi, tutto d'un fiato, bevve la tazzina. Non soddisfatto aspettò il momento giusto per cogliere come pesci al retino l'attenzione dell'indaffarata barista dai mori capelli corti.
-Ti posso chiedere anche un bicchiere d'acqua?- chiese subito lui. - Certo.-  - Grazie Mille.- -Prego.- rispose lei con un sincero sorriso, mentre appoggiava il fresco bicchiere e tornava senza perdere attimo a servire i clienti. Il bar quel giorno ospitava più ospiti del solito, come se insieme alla primavera le persone avessero deciso di uscire dal torpore degli appartamenti di città e prendersi qualcosa tra il traffico delle vie. Il bancone era come un'orchestra frenetica fra lo sbattere di tazzine o lo sbattere del caffè sulle macchine, mentre le foci come grancasse tuonavano a gran richiesta del prodotto da loro prescelto. Oscar a differenza di quella freneticità, faceva tutto con ostentata calma e come per perdere ancor più tempo prese la bustina con lo zucchero rimanente e ne riempì il fondo della tazzina giocandoci distrattamente con il cucchiaino. Intanto si guardava intorno dando un po' un'occhiata chi riempisse il locale. I clienti abituali, vecchietti amanti del gioco a carte che si scambiavano opinioni sul nuovo ponte in città. -Sembra sempre meglio ai "nostri tempi", eh?- pensò Oscar tra sé e sé. Più in là, oltre un gruppetto di antipatici impiegati dalle lunghe cravatte superbe, aveva riconosciuto delle sue vecchie conoscenze, ma non aveva nulla di sprecar fiato e intraprender il rito di convenevoli che non interessava nessuno, allorché fece finta di non veder nulla e li superò con lo sguardo. Sui verdi tavolini di plastica poggiavano due borse di marca, o forse no, lui non se ne intendeva, ma lo dovevano essere da come se ne stavano ben posate con il loro aspetto altezzoso e le rispettive proprietarie accanto a loro come se avessero piantate  bandiere da sventolare. Indubbiamente delle belle ragazze, Oscar aveva tanti difetti ma aveva avuto sempre un buon gusto in fatto di donne, erano entrambe castane, una liscia e l'altra castana, vestiti curati con la maniacalità di uno stilista sbruffone che si dimenticava di esser pelato, visi altrettanto curati dipinti dai loro trucchi, quasi artificiali, talmente aberranti della loro consapevolezza di dover attrarre e far annusare il miscuglio di profumi da mischiare agli ormoni primaverili, che lui non ci perse che qualche battito di ciglio poiché il loro gesticolare e le espressioni cretine non potevano che esprimere qualche infima discussione sul loro shampoo o il nuovo amore dei prossimi tre giorni. Non c'era nulla o nessuno da poter catturare il suo interesse, così rotto l'ultimo granello di zucchero, uscì dal bar con una mano nella tasca a giocare con i due pezzi da dieci centesimi e lo scontrino accartocciato che sarebbe finito in lavatrice erroneamente. Un anno fa, il carcere. Un anno fa il suo paese era nel pieno di una delle più grandi proteste popolari che la storia potesse ricordare, lui ricorda bene i sorrisi, la voglia di cambiamento che leggeva negli occhi della gente. Amava spassionatamente quegli occhi, così uniti per le strade e pronti a riprendersele a ogni costo, talmente ostinati che non doveva accadere. Divise blu, sirene. Una fredda telecamera di una banca puntata e lui venne accusato di resistenza a pubblico ufficiale mentre liberava un suo compagno dalla violenza del manganello. Così per direttissima, le sbarre. Le urla che gridavano ingiustizia non valevano per chi le leggi le decideva o le applicava. Ricordi da lasciare sbiadire come macchie nella candeggina. Così non rimase la rabbia o l'odio, rimase l'accettazione e lo sconforto. Il vuoto.
Superato l'angolo Oscar prese il 16, un tram che lo portò un paio di quartieri nella parte più a nord della città dove pensò di farsi una passeggiata. Oggi era la sua giornata libera e non aveva nulla da fare, gli amici erano occupati e non aveva la voglia di sforzarsi ed alzare la cornetta per trovarne uno disposto a passare del tempo con lui come fosse una supplica, a volte avvertiva che fosse così. I mezzi pubblici erano una sfida: un incrocio di arti umani incastrati dentro una scatola di ferro e asserragliati come lamine di un rasoio, il vecchio più pazzo o solamente più irrequieto degli altri pedoni non resistette, cominciò a urlare bestemmie all'aria mentre dall'altro lato del mezzo lo sguardo dei più sconcertati sembrava fare il segno della croce con gli occhi. Ad Oscar era indifferente, faceva parte del variegato dipinto della metropoli e dello scarso servizio della mobilità in città, anzi quel vecchio gli stava quasi simpatico, infondo gridava ciò che a tutti, in quel tram, faceva capo tra i loro pensieri. Dopo qualche fermata lasciò l'anziano alla sua invettiva e scese dal tram. I passi andavano allo stesso andare della monotonia della città, l'odore dello smog, i passi affrettati delle persone sempre dettati dalla destinazione da raggiungere il più veloce possibile, l'insostenibile attesa di un semaforo verde e le vetrine senza vita di fantocci vestiti. Nessuno si scandalizzava più e sembrava che del clamore dell'anno prima si fosse persa memoria e tutto sia stato insonorizzato da invisibili pareti di attonito silenzio. Dopo qualche minuto di camminata, Oscar si imbatté in un piccolo giardinetto a strappare il cemento, con le giostre dove i bambini del quartiere scendevano giù per lo scivolo arancione o si arrampicavano con gran fare nella ragnatela di corde sotto l'attenta supervisione di genitori, i quali sembravano scambiarsi i miglior consigli che la televisione aveva mandato la stessa mattina per far crescere sani e forti i loro pargoli in questa società fantastica, pensò che si poteva fermare a una panchina di legno rovinate, ma l'idea di sentire i nomi di strani prodotti gli mise più nausea allo stomaco rispetto alle loro grandi promesse di alta digeribilità. Sorpassato l'angolo verde, incontrò un giovane senzatetto, questo come se avesse imparato una parte a una scuola di recitazione, occhi inarcati insieme alle sopracciglia che puntavano a guardare dritto nei suoi, a cercar il punto in cui scavare la bontà dell'anima e della compassione e con voce melodicamente supplichevole gli chiese qualche moneta invano: Oscar scosse la testa. I mendicanti riescono a far nascere nell'uomo il malessere nei confronti di chi è meno fortunato o semplicemente ha meno di noi, in qualunque caso se decidessimo di svuotare o no le briciole che colmano le nostre tasche, non colmeremo mai a dovere il malessere del debito che sentiamo nei loro confronti. Quei due pezzi da dieci centesimi si fecero indescrivibilmente pesanti nelle tasche di Oscar, quel debito lo sentiva anche lui, come sempre ma sapeva che poteva farci poco. Era una giornata noiosa di quelle che il mondo se ne ricorda cento e le dimentica tutte insieme, stavolta non trovò nulla di esaltante o poetico in quelle strade sporche dai mozziconi di sigaretta o da cesti di legno usciti dal mercato accanto, tanto meno dagli sguardi vuoti della gente degni solamente di segnalare la propria presenza e di farti far attenzione a dove mettere i piedi, giammai potresti intralciare il loro percorso. -Era quasi meglio chiamare qualcuno.- pensò lui. Frugò nell'altra tasca dove c'era il suo pacchetto di marlboro rosse e l'accendino, anch'esso rosso. -Uhm, le ultime due. Dovrò ricomprare presto un pacchetto.- Uno sbuffare accompagnato dallo sfrigolio della pietra focaia e si accese la penultima sigaretta dando largo spazio alla morbide vertigine di fumo nei polmoni, per poi lasciarla galleggiare via nell'aria.  Più tirava e più la sigaretta si accorciava, ancora tirava e ancora la sigaretta si accorciava. 
Ad un tratto una frenata brusca. Una punto bianca aveva inchiodato e quattro uomini in borghese scesero all'istante, uno di essi urlò. -FERMO!- Il loro obiettivo era un ragazzo nero con una leggera camicia verde, un grosso zaino sulle spalle, jeans blu anneriti sugli orli e scarpe vistosamente consumate. Cercò subito di scappare. Niente da fare. I quattro gli stettero subito addosso, un colpo sul capo e a terra. Il ragazzo, ormai braccato, con la forza della disperazione abbracciò un palo segnaletico, come se fosse l'albero maestro di una nave in tempesta. -Adesso sono cazzi tuoi, stronzetto.- Disse freddamente e con odio insensato uno dei quattro mentre tirava fuori delle manette. La sigaretta fumante rotolava a terra sul grigiore del marciapiede, lasciata a metà in un pozzo di asfalto. Oscar correva verso i quattro. Correva e senza rendersene conto già stava urlando -COSA STATE FACENDO, NON POTETE!.- Non fece in tempo ad avvicinarsi che quello più grosso, lo spintonò via. Oscar sbatté la testa su un muro e perse i sensi. In quell'attimo tornò a un anno fa quando tirava via per la giacca il suo compagno per salvarlo dalla violenza dell'ordine. Anche in questo giorno inutile, altro sangue doveva scorrere. In modo inutile.


Dedicato a un ragazzo somalo, rifugiato politico, il 10 Luglio 2012 veniva fermato, strattonato e spintonato da quattro persone scese da una Renault Clio che non si identificano come carabinieri. Ragazzo in seguito rilasciato con le scuse e senza nessuna accusa. 

Nessun confino

venerdì, giugno 15, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 15:12


Un muro divideva
la terra irrequieta e
sporca di sangue rosso.
La sopravvivenza è
dettata da un fosso
lontano dagli scorci
verdi e rigogliosi
di ulivi gioiosi
tranciati via ormai
da bulldozer infami
da storia che già sai.

Il cielo era pieno
di uccelli, nuvole
non rombo assordante
di aerei neri
con l'obiettivo fiero:
oscurare il sole
con pace devastante
di un'occupazione
e il pianto bambino.

Un dito contro l'altro
un eterno conflitto
di uno oppresso e
di uno che opprime.
Ma qui non c'è vincente
c'è gente innocente
di confini nessuno,
solo innata voglia
di pace, serenità
e non dover piangere
il dolore di nessuno.

Fantasmi

venerdì, gennaio 13, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:41


Gli occhi appena aperti preannunciano la caffettiera a lavoro sul fuoco. Il nuovo sole inietta le iridi di paura, lontano dallo stupore e dalla gioia di altri tempi. Spegnere la sveglia, richiudere gli occhi, riaprirli, guardare l'orologio e gettare via le coperte.

La camera da letto, il bagno e la cucina. Una sfida contro noi stessi, lo spazio e il tempo cercare di esser presenti in tutte e tre le stanze contemporaneamente. I calzini sulla mano sinistra, lo spazzolino sulla destra mentre con gli occhi si cerca di capire se il caffè sta uscendo.
Chiusa la porta di casa, ti minaccia con una pistola alle spalle il terrore di aver dimenticato qualcosa, per poi colpirti con ripetuti colpi se, malauguratamente, il cellulare stesse ancora galleggiando sul lavandino quando si è ormai abbastanza lontani da casa, oltre la soglia del non ritorno.

Quanto sembrano felici i cantanti che ci urlano nelle cuffiette, così felici che, cercando di premere il tasto “next song”, l'uomo puzzolente dall'alito chimico accanto a te sull'autobus ti urta facendoti premere il tasto “repeat”, facendo in modo che tutto l'odio si sfoghi in immaginazione nei confronti dell'espressione ebete del tuo vicino di fermata.

Ed eccoci giunti davanti al lustro di tutti i giovani: il progresso, l'avanguardia!
La porta del nostro luogo di lavoro provoca, ad ogni suo passaggio, il miraggio del tuo capo dalla faccia di iena sogghignate che, alla firma del fantomatico contratto a tempo determinato, sembra sillabarci la frasi “a noi serve la qua-li-tà”, mentre noi, stropicciandoci gli occhi, ne deduciamo invano la rima baciata. Pre-ca-rie-tà.

Anche noi siamo colonna portante delle migliori aspettative che ci han promesso e chi se ne frega se a parlar son nani, banchieri o bugiardi. Se non inghiottiam questo, perchè faticar a cercar altro?
Le lancette vanno, ripercorrono il loro andare come noi ripercorriamo la via del ritorno, cercando di evitare l'uomo puzzolente che come noi torna a casa.

Fantasmi alloggiati per spaventare una crisi.
Chiusi gli occhi, la mani toccan la propria faccia per poter sperare di toccarla con più voglia di vivere al sol di domani.

Filo spinato

martedì, aprile 19, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:10

"Libertà l'ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato." Il suonatore Jones, Fabrizio De Andrè


Ferro, ferro ovunque. Ferro era la panchina, ferro erano i pali della luce, ferro erano le transenne, ferro erano le sbarre delle porte e ferro erano le recinzioni. Vicino, ma lontano era quel verde albero al di là dei confini. Fortuna c'è il sole che baciava me e anche l'albero, lui non si degnava di negarsi a nessuno, lui. Ma crudeli erano le nuvole feconde di pioggia che si mettevano fra me e il calore dei raggi. Bastava poco per rendere grigio tutto, grigio più che mai diventava il cupo asfalto specchio dell'intristito stato d'animo. Anime perse nel limbo del giudizio tra telecamere sull'attenti, in attesa di compiacere la divina istituzione per ottenere quel briciolo di libertà.
E' obbligo chiedere il permesso per toccare quell'albero al di là.

Chiedo Troppo?

domenica, settembre 12, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 13:47
Prendere un secondo e sapere quante persone nascono, quante persone vivono e quante persone muoiono. Davanti al paradosso che è la vita, gli esseri umani si mostrano semplici ed elementari.  Così inconsci della nascita, così attaccati alla vita, così impauriti dalla morte. Anche quel giorno riecheggiavano i pianti di piccole creature che venivano al mondo, un altro essere umano aveva compiuto il primo passo verso la vita. Così in quello scenario che è il mondo, nuove vite, nuove memorie tracciavano il proprio passaggio e i percorsi si scontrano, si dividono, più lentamente, più velocemente, parallelamente, in senso contrario. Eric tracciava la sua. Dentro quella città dominava il caos e il traffico. Persone che andavano e venivano. Lì il movimento non si placava mai, un’eterna corsa. Sembrava l’incessante inseguimento di qualcosa, come un cane che gira attorno a se stesso tentando di prendere le propria coda. Lui stava seduto su una panchina, intento a guardare con aria indifferente, il contorto scenario Picassiano che si intricava davanti ai suoi occhi. Lui ,espressione perplessa e alienata, non faceva parte di quel quadro. Passò il suo sguardo da terra verso il grigio cielo della città. Poi lo riabbassò, aggrottò la fronte e suoi occhi scuri come la notte diventarono malinconici e consapevoli. – E’ davvero questo il mio mondo?- si chiese sospirando come davanti alla scoperta di una realtà che non voleva accettare. Tra i veloci piedi dei passanti, le luci dei semafori che ritmicamente alternavano i loro colori e le mani nervose degli automobilisti sul volante, Eric aveva gettato la sigaretta che nel frattempo il vento aveva consumato lentamente. Appoggiata la schiena sulla panchina, mise le mani in tasca e rimase lì tra i suoi pensieri che si concludevano quasi sempre con un punto interrogativo. Quella società lo avvinghiava, lo soffocava. Egli voleva spezzare quelle corde che lo imbrigliavano e fuggire da tutto ciò ed essere come quella farfalla che librando nell’aria nel suo candido volo spezzato poteva guardare dall’alto il paesaggio. Proprio cosi, voleva andare in alto, e cosi come una farfalla vedere il panorama del mondo, ammirarlo liberamente. Così Eric partì, non aveva un itinerario preciso, voleva solamente esplorare luoghi, conoscere persone, guardare la vita e comprenderla un po’ di più; da questa esperienza capire meglio se stesso e ciò che voleva realmente. Il ragazzo aveva eliminato inizialmente le grandi città o posti che avrebbero potuto ricordare la società alla quale si sentiva poco legato, per cercare fortuna in un’isola indonesiana nel pacifico. L’esperienza vissuta lì lo segnò. Una piccola goccia di rugiada scivolava dolcemente sulla delicata superficie di una foglia. Cadde verso il basso posandosi sulla sconfinata distesa della stesso colore della speranza. Le oscure nubi della stagione delle piogge finalmente erano state spazzate via dal liberatorio soffiare del vento. Ora il sole dominava quel luogo incantevole, attento contemplatore del paesaggio che si mostrava come un giocoso bambino davanti alle dolce carezze dei suoi raggi. In quel luogo incontaminato Eric aveva assistito alla semplice vita degli allegri abitanti, i quali davanti alla fame e alla povertà sembravano andare avanti imperterriti come incantati dalle piccole cose che la vita poteva loro offrire. Ma ciò che più colpì Eric fu la presenza dei bambini: il loro correre verso dei sogni, le loro voci spensierate che si perdevano tra il cantare degli uccelli. Sogni, sogni.. ma sapevano cosa erano i sogni? Eric aveva visto quei piccoli bambini che sorridevano, ma sapeva che non sorridevano per un giocattolo nuovo, o per un regalo portato da un papà. Sorridevano alla Vita. In quei luoghi non c’erano macchine, vestiti o personaggi famosi, ma solamente uomini vestiti di toppe e buchi che cercavano di scampare al fantasma della fame. Là i sogni potevano esistere? Eric aveva visto. Aveva visto piccole mani sporche dover portare pesanti secchi di acqua ,perché l'acqua a casa non c'era. Aveva visto piccole mani sporche prendere una matita colorata e stringerla come il tesoro più grande. Aveva visto piccole mani portare gli animali. Aveva visto piccole mani sporche tenere con curiosità un libro. Aveva visto piccole mani sporche cucinare, pulire, lavorare. Aveva visto piccole mani sporche sudare come quelle dei grandi. Aveva visto piccole mani sporche tenere le sue. Ma soprattutto, aveva visto grandi occhi che gli chiedevano com'era il mondo. Ma come poteva spiegare com'era il mondo? Il suo era poteva essere chiamato davvero così? Il mondo dove tutto è scontato. Il mondo delle mille possibilità. Il mondo dove una matita è solo una matita. Il mondo che guarda dall'alto in basso chi porta le toppe. Il mondo che tra le sue luci si ritiene superiore, avanzato. Che razza di mondo è? Anche lì Eric aveva visto, aveva guardato. Aveva visto mani pulite sprecare acqua. Aveva visto mani pulite gettare annoiate una matita. Aveva visto mani pulite inquinare. Aveva visto mani pulite rubare. Aveva visto mani pulite uccidere. Aveva visto mani pulite superbe. Aveva visto occhi spenti e tristi. Avevano tutto, ma sprecavano tutto. Avevano tutto, ma in realtà non avevano niente. Ecco perché il giovane decise di partire quel giorno e avere, poi, la certezza che il suo mondo non gli appartenesse. Inoltre comprese una cosa molto importante: gli esseri umani potevano apparire così uguali alla nascita, ma così diversi potevano mostrarsi alla vita. Un giorno Eric vide due bambini, all’apparenza fratelli che si tenevano per mano. Lui sorrise e sfiorando i loro sguardi gioiosi per un attimo sognò ad occhi aperti e vide il luogo in cui si sentiva destinato: la povertà che aveva visto non esisteva e lì, teneva strette altre mani che non erano pulite o sporche. Erano nelle loro sfumature tutte uguali. Da quel momento Eric riprese il suo viaggio, doveva vedere di più. Nel tempo che trascorse viaggiando scoprì situazioni non molto differenti, se non peggiori, dall’isola indonesiana. E con queste scoprì anche qualcosa a cui Eric voleva riflettere seriamente: c'è tanta ingiustizia.  La trovò negli occhi di un vecchio malato, di un bambino che piangeva, in quelli di un operaio sfruttato e negli occhi di una madre malinconica. Ingiustizia. L'ingiustizia che avvolge il mondo dalla quale secondo lui è facile coprirsi gli occhi e vivere o ancora peggio aprire gli occhi e rimanere indifferenti. Povertà, guerre, calamità e distruzione Eric li aveva visti da vicino, ma gli bastava accendere il televisore per poter vedere l’oscenità di questo mondo. Ma il più grande stupore per il ragazzo fu comprendere che a chi non toccava queste sorti, la vita per loro scorreva serenamente e tutto ciò finché non avvertivano il dolore attorno, non vivevano guerre, non vedevano la paura e la rassegnazione. Eppure si chiedeva se non sapessero che la Terra è il pianeta nella quale la vita ha preso luogo e l’uomo vive e, quindi, dove tutti gli uomini sono abitanti di essa. C’è chi come tanti ha una casa, un lavoro, un famiglia, magari anche dei bambini, tuttavia molti altri, che abitano questo bel pianeta blu, una casa, un lavoro o perlomeno cibo e acqua non la posseggono. Eric allora si guardò le mani. “Perché? Il loro sorriso e' il mio. Il loro cuore è come il mio. Le loro lacrime sono come le mie. Ma la loro vita non è come la mia. Perché?  Io mangio. Io bevo. Io vivo. Loro non mangiano. Loro non bevono. Loro non Vivono. E’ così folle e sciocco voler cambiare le cose e desiderare quell'uguaglianza che dovrebbe essere presente nel mondo? Quando il dolore è vicino e lo si avverte, si sa agire e si vuole curare. Ma è difficile comprendere che il dolore di un bambino, di una madre, di un anziano, di un adulto è presente ogni giorno, ogni ora, ogni minuto? C’è chi beatamente dorme, sogna, desidera. Ma con che coraggio dorme sapendo che ce un bambino del terzo mondo bisogna spiegare che cosa sia un sogno?” Eric si sentì profondamente cambiato, strinse la mano in un pugno. “Voglio cambiare il mondo. Voglio quell'uguaglianza, quella giustizia e quei diritti che devono godere tutti gli uomini. Voglio un mondo dove lui non è diverso da me, anche perché spesso si dimentica che si nasce uguali comunque. Voglio un mondo dove guardare in alto e poter dire con certezza che viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Chiedo troppo?”

E ditemi che non ho ragione

lunedì, marzo 22, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 20:27

Sentite balordi, non siete speciali, non siete un pezzo bello, unico e raro. Siete materia organica che si decompone come ogni altra cosa. Siamo la canticchiante e danzante merda del mondo. Facciamo tutti parte dello stesso mucchio di letame.
La pubblicita' ci fa inseguire le macchine e i vestiti. Fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono.
Siamo i figli di mezzo della storia: non abbiamo la grande guerra ne' la grande depressione.
La nostra grande guerra é quella spirituale . La nostra grande depressione é la nostra vita.
Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinto che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock stars. Ma non é cosi. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene Siamo consumatori. Siamo sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona.
Omicidi, crimini, poverta'. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrita' sulle riviste. La televisione con 500 canali. Il nome di un tizio sulle mie mutande. I farmaci per capelli. Il viagra. Poche calorie...

Il capitalismo, il tutto per il profitto..
Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.

Beh le citazioni ne potete capire la provenienza.

PROCESSO DI BOLOGNA: UN FALLIMENTO CHE DURA DA DIECI ANNI!

martedì, marzo 09, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 18:09

Il 12 marzo 2010 è l’anniversario del “Processo di Bologna”, quel piano della Comunità Europea ideato per unificare e aziendalizzare le università, rendendole definitivamente subalterne alla logiche del profitto, col chiaro fine di creare professionalità a basso costo.
In quei giorni i veri responsabili del declino del mondo della conoscenza si incontreranno a Vienna e a Budapest per compiacersi dell’opera distruttiva cominciata in quel 12 marzo 1999. In contemporanea in varie città europee studenti scenderanno in strada per affermare ancora una volta la loro forte opposizione tanto al “processo” quanto alle odierne autocelebrazioni. 
In Italia la strada indicata dal processo di Bologna ha trovato concretezza nelle varie riforme dell’istruzione susseguitesi negli ultimi anni, sotto diverse bandiere politiche, ma uguali nel progetto di fondo. Ultima tappa di questo processo di smantellamento del diritto all’istruzione pubblica è la riforma Gelmini, che dopo aver attaccato l’istruzione superiore lo scorso autunno, si rivolge oggi, finalmente all’università. Completando quel programma di sterilizzazione del sapere critico, iniziato dai suoi predecessori, e sferrando forse il colpo decisivo all’università come bene comune, che già sembrava essere assai lontana nelle leggi precedenti.
L’entrata dei privati nei C.D.A., e la totale dipendenza degli atenei da questi, ribadisce la volontà di subordinare il percorso formativo a quello aziendale-produttivo, relegandolo nel territorio del profitto e della competizione.
Anche gli organi di gestione interni continuano il loro naturale percorso di separazione dal corpo dell’università: sempre più il rettore diviene una figura imperiale, un “primus inter pares” dove i docenti costituiscono l’intero corpo elettorale.
L’istituzione del prestito d’onore, l’affidamento del fondo per il merito alla CONSAP s.p.a. (che come ogni s.p.a ha come fine ultimo il lucro), ribadiscono una volta ancora come le logiche privatistiche e di mercato siano uno dei principi fondanti del disegno politico, sociale e culturale elaborato dal Potere Europeo e dai suoi vassalli nazionali.

A pagarne le conseguenze è il concetto stesso di diritto allo studio, per il quale per anni sono state condotte battaglie dagli studenti e dalle studentesse che hanno a cuore l'università di massa e di qualità: se l'accesso e la permanenza agli studi non vengono più garantiti dallo stato sociale ma da una s.p.a che non tiene più conto delle reali possibilità economiche e materiali ma solo di presunti criteri meritocratici, è chiaro come ci si trovi davanti un'università con una forte selezione di classe, incapace di garantire gli studi anche ai figli e alle figlie di famiglie a basso reddito.
Per di più i tagli e l’aumento delle spese comportano gravi conseguenze non solo sulla qualità dei servizi offerti , ma anche sulle vite dei lavoratori e delle lavoratrici che già subiscono sfruttamento e precarietà, anche grazie agli infami contratti che l’epoca della concertazione ha generato, e che ora si trovano a dover affrontare riduzioni salariali, pensionamenti anticipati e licenziamenti.
Attraversare questa data, tornare in strada, significa riprendere quel percorso di lotta, contro l’attacco sistematico ai beni comuni, che ha cercato di fronteggiare, ministro dopo ministro, riforma dopo riforma, lo smantellamento dell’università, intesa come bene comune, come luogo di libera condivisione di saperi, di massa e di qualità.

Capire come l’università giochi un ruolo fondamentale nel disegno normalizzatore delle istituzioni, vuol dire capire come le lotte interne all’università stessa non possano fermarsi agli studenti, ma debbano oltrepassare i muri degli atenei, intersecarsi, contaminare e contaminarsi con gli latri percorsi di lotta sociale. 
Per questo,  e per la pretesa generale di poter immaginare un presente diverso,  il 12 marzo scenderemo in strada assieme agli studenti e alle studentesse medi/e e universitari/e, per costruire dal basso un’alternativa concreta che sia un'istruzione slegata dalla logica del profitto, basata sul libero scambio dei saperi, di massa ma anche di qualità, luogo di emancipazione e di ascensione sociale, luogo di incontro di soggetti sociali e non di interessi privati.

VENERDI' 12/3 ORE 10.00
PIAZZA DELLA REPUBBLICA

CONTRO IL PROCESSO DI BOLOGNA
LA LOTTA IN EUROPA CONTINUA! 



http://csproma3.blogspot.com/

L'immigrato di Rosarno, ma non solo.

venerdì, febbraio 19, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 03:22

L'immigrato giunge in Italia lasciando tutto dietro di se: famiglia, affetti e amici, ma anche guerre infinite, povertà infinita e futuro nullo. Quel futuro che pensano di poter costruire qui nel nostro caro paese, con la sicurezza di poter ottenere probabilmente quello straccio di carta di asilo politico. Straccio di carta che diventano muri invalicabili, perchè non lo otterrano mai. Così diventano invisibili, senza quelle pennellate di inchiostro che confermino la loro condizione di uomo. Le grandi città, da grandi opportunità diventano grandi utopie; così in sella a quei treni che portano verso sud dove gli immigrati, ovvero le braccia, son ben accette. Un luogo come Rosarno appunto. Il fantomatico lavoro non si riceve da un vero datore di lavoro, anzi non ne si conosce affatto l'identità, ma da losche figure che come un deja vu vengono chiamate Kapo. Eccolo il lavoro, raccogliere le arancie e tutto normale fin qui no? No. Ci sono 3 ettari per 40 quarante persone, si lavora dalle 6 di mattina fino alle 8 di sera e per ogni cassetta si guadagna un sudato, anzi insaguinato euro. 1€. Per un massimo di 25 casse, ovvero 25 euro di guadagno, ma difficilmente ci si arriva tra la fatica e l'affollamento dei lavoratori. E finisce qui? Magari. Il caro Kapo chiede anche 3€ del guadagno per i trasporti successivi delle cassette di arancie. Stupidi questi immigrati a farsi sfruttare in questo modo eh? Ma non c'è alternativa e se ti rifiuti di lavorare, bene, ci sarà qualcun'altro disposto a sopravvivere e a lavorare in quell'inferno. Passiamo dunque al vitto e all'alloggio. Fabbriche, magazzini e silos abbandonati che diventano un accampamento senza acqua, elettricità e servizi sanitari. Perfetta riproduzione dell'età della pietra, eccole le vostre braccia. Direi che si può finire così? Ma neanche a parlarne. L'accogliente popolazione locale è dedita alle continue provocazioni dei cattivi raccoglietori di arancie (la prima aggressione avvenne nel 1990), quei neri schifosi no? Ma quelle braccia nere si riscoprono uomini nel momento in cui la goccia che fa trabboccare il baso sono i proiettili che colpiscono alle gambe. E allora inizia l'insurrezione, con mani che lasciano le arancie e si stringono nel forte pugno di un essere umano. Così manifestano al comune, il degno rappresentante di questo grandissimo stato italiano che promette subito di tener sotto controllo la situazione. L'esasperazione è generale, l'esasperazione verso il nero intendo no? Così parte la stagione di caccia agli immigrati. E le promesse son fatte per essere infrante, e l'immigrato viene costretto a migrare perchè le autorità non possono garantire sicurezza. Ma questo stato, queste autorità pensano tanto a garantire i bisogni che si son scordati dei Diritti. E in questa migrazione al "sicuro", alcuni spariscono nelle CIE con l'ennesima promessa di essere liberati. Son proprio dei simpaticoni a fare certi scherzi! E così oggi alcuni immigrati di Rosarno vagano per le città come Roma, senza luoghi dove poter alloggiare, senza documenti, senza lavoro, senza vita. Ma vanno avanti. Come va avanti la mafia e il razzismo no? La mafia troverà sempre qualcuno da ricattare e il razzismo potrà sempre evolversi e colpire. Il razzismo di oggi, non comprende solo quello che è il suo valore in passato, ma assume sfaccettature diverse. E' un razzismo verso chi lavora, verso chi vede negati i diritti. Verso chi ci ruba il lavoro direbbe qualcun altro. Però è soprattutto un razzismo che sfrutta e ricatta. Ed è quotidianità. episodi che avvengono ogni giorno ed è tempo di dire basta. Non è abbastanza rimanere allibiti all'assurdità di ciò che accade nel nostro paese, ma è arrivato il tempo di dire no. Di tutta questa vicenda, di tutto lo schifo che si mette in vetrina, c'è qualcosa di più bello. Nonostante tutto ciò che hanno subito questi uomini e lavoratori venuti da Rosarno e da tutte le realtà di discriminazione, son venuti loro a insegnarci qualcosa: che la voglia di vivere e di essere liberi è più forte di qualunque oppressione.


Vi consiglio di vedere il documentario "Il tempo delle Arance"
http://vimeo.com/8812128
E vi invito a tutti e a tutte di partecipare al corteo degli immigrati del Primo marzo "24h senza di noi" alle ore 17 a Porta Maggiore

Vecchie riflessioni

martedì, febbraio 02, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 15:02
 

Ok, è l'ora dei pensieri...Through the barricades scorre lenta ed imperterrita in quel di Winamp, ed io approfitto volentieri del momento, per capire qualcosina di più sul mondo femminile.
Aggiungo in anticipo che non tutte le ragazze sono cattive, così nessuno se la prenderà male quando questo post verrà letto...
Perchè le ragazze sono cambiate? Si lamentavano sempre dei ragazzi, del fatto che trovassero ignobile come riuscissero a saltare di palo in frasca con una facilità impressionante....animali da letto ci chiamavano...ci davano degli irresponsabili, talvolta dei mammoni...e loro erano sempre le perbeniste, che facevano sempre la scelta più giusta e ponderata nel ventaglio delle possibilità....ed ora?
Si sono trasformate nella stessa cosa che tanto odiavano...opportuniste, tutte uguali (alcune sembrano uscite dalla catena di montaggio della fiat), ora sono loro le sfacciate che saltano da un letto all'altro, i valori...che parolona...sembrano averli lasciati nel cassetto più remoto e polveroso del loro cuore...almeno quelle che un cuore ce l'hanno...
quando esco dalla classe, quando sei fuori dal tunnel del dolore, e riesci ad avere una percezione corretta di quel che sei e di quel che sai...beh ti accorgi che il mondo è cambiato...che tutto quello che di buono puoi aver imparato, potrai applicarlo con una ragazza su 1000, poichè ormai, dal mio punto di vista, si sono tutte trasformate in persone sfruttatrici che ti cercano solo quando servi a loro e appena il loro giocattolino lo ha stufato lo gettano come un pezzo di carta in questo mondo che gia sporco di suo e', saro pure fin troppo critico forse perche' mi rode il culo forse perchè dopo i 17 anni che ho vissuto, posso dire che da questo mondo ho capito qualcosa che non sono i veri valori che tirano avanti, ma sono i finti valori dei cosi detti dogmi e regole di oggi...
E così, mi trovo circondato di persone, stereotipate, che cercano di inserirsi nella società copiandosi a vicenda, o cercano di arrivare in cima approfittando dei loro beni più preziosi...
E' come cercare una perla in un mare di merda...in questo mare sai che sicuramente ci sono ancora diversi tesori da trovare e tenere stretti...ma quando hai tutta questa merda intorno...ti passa anche la voglia di cercare...e quindi, signore e signori, come da titolo...forse sono io, o forse è il mondo che è cambiato...e se è il mondo ad essere cambiato...è davvero davvero grave...o forse, più che grave, dovrei dire...triste.

Ovviamente non me ne voglia nessuna, non voglio generalizzare.

Sono uomo

martedì, gennaio 19, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 03:41


Scrissi questo testo a fine di quest'estate, dopo la rilettura di "Se questo è un uomo" di P. Levi, le parti in scrittura differente sono dirette citazioni dell'opera.

"Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere quest'offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati in fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga."
Dopo molto tempo ho riletto, “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Con altri occhi, con altra mente e con altra maturità. Il risultato è agghiacciante. Ognuno di noi, teoricamente, dovrebbe conoscere i campi di concentramento e cosa accadde in quei luoghi infernali, ma dopo aver letto l'opera di Levi comprendo che molti di noi(compreso me) non sa cosa accadeva davvero poco più di 60 anni fa. La distanza tra il vivere un libro e vivere la realtà e inequivocabile. La vera distruzione dell'uomo accadde lì, in tutta la sua totalità. Solamente involucri vuoti di persone che non pensavano più al domani o a se stessi, loro erano stai totalmente cancellati. Essere nudo nell'anima e svuotati al mondo, rubati del proprio essere; è qualcosa che disteso sul  letto posso solo lontanamente, ma molto lontanamente immaginare. E' tutto simbolo della incosciente e inutile distruzione fra uomini, in poche parole dello schifo più schifo che totale. E capisco cosa significare ricordare una tragedia così grande, capisco l'importanza del perché non si debba ripetere. Capire e non dire “tanto non ricapiterà mai più”, ma dire “cazzo, non deve ricapitare mai più”.
"Ho provato un'impressione di angoscia violenta entrando nel lager di Birkenau, che non avevo mai visto da prigioniero. Qui niente è cambiato: c'era fango, e c'è ancora fango, o polvere soffocante d'estate, le baracche sono rimaste com'erano, basse, sporche, di tavole sconnesse, col pavimento di terra battuta; non ci sono cuccette ma tavolacci di legno nudo, fino al soffitto. Qui niente è stato abbellito. Ero con una mia amica, Giuliana Tedeschi, superstite di Birkenau. Mi ha fatto vedere che su ogni tavolaccio di metri 1,80 per 2 dormivano fino a nove donne. Mi ha fatto notare che dalla finestrella si vedono le rovine del crematorio; a quel tempo, si vedeva la fiamma in cima alla ciminiera. Lei aveva chiesto alle anziane: “Che cosa è quel fuoco?”, e le avevano risposto: “Siamo noi che bruciamo”."
All'inizio non c'è ribrezzo, non c'è riluttanza. Per me all'inizio c'è stupore di tutto quell'altro mondo che son significato i lager. E non con occhio solo al passato, ma anche al presente. Purtroppo fascismo e nazismo, non sono morti. Ancora oggi moltitudine di persone sono ancora affascinate dai quei dannati miti totalitari. Quindi, ripeto, non si può dare per scontato che fenomeni storici come la Germania di Hitler non possano più accadere. Non spegniamo la mente, non dimentichiamo quello che è stato. Impariamo.
"I lager nazisti sono stati l'apice, il coronamento del fascismo in Europa, la sua manifestazione più mostruosa; ma il fascismo c'era prima di Hitler e Mussolini, ed è sopravvissuto, in forme palesi o mascherate, alla sconfitta della seconda guerra mondiale. In tutte le parti del mondo, là dove si comincia col negare le libertà fondamentali dell'uomo, e l'uguaglianza fra gli uomini, si va verso il sistema concentrazionario, ed è questa una strada su cui è difficile fermarsi."
Basta guardare oggi, e non serve guardare troppo lontano. Questo è preoccupante sotto molti punti di vista, quindi diventa fondamentale conoscere, sapere e appunto ricordare. Non lasciarsi trascinare da un sistema,che ci ipnotizza, ci benda gli occhi e ci automatizza. Leggere opere come “ Se questo è un uomo “, so qual'è l'importanza di creare una propria coscienza. Sfruttiamola al meglio. Rifletteteci.
"Il mondo in cui noi occidentali oggi viviamo presenta molti e gravissimi difetti e pericoli, ma rispetto al mondo di ieri gode di un gigantesco vantaggio tutti possono sapere subito tutto su tutto. L'informazione è oggi “il quarto potere”: almeno in teoria, il cronista e il giornalista hanno via libera dappertutto, nessuno può fermarli né allontanarli né farli tacere. E' tutto facile: se vuoi, senti la radio del tuo paese o di qualunque altro paese; vai in edicola e scegli il giornale che preferisci, italiano di qualunque tendenza, o americano, o sovietico, entro un vasto ventaglio di alternative; compri e leggi i libri che vuoi, senza pericolo di venire incriminato di “attività antiitaliane” o di tirarti in casa una perquisizione della polizia politica. Certo non è agevole sottrarsi a tutti i condizionamenti, ma si può almeno scegliere il condizionamento che si preferisce.
In uno stato autoritario non è così. La verità è una sola, proclamata dall'alto; i giornali sono tutti uguali, tutti ripetono questa stessa unica verità; così pure fanno le radiotrasmittenti, e non puoi ascoltare quelle degli altri parsi, perché in primo luogo, essendo questo un reato, rischi di finire in prigione; in secondo luogo, le trasmittenti del tuo paese emettono sulle lunghezze d'onda appropriate un segnale di disturbo che si sovrappone ai messaggi stranieri e ne impedisce l'ascolto. Quanto ai libri, vengono pubblicati e tradotti solo quelli graditi allo stato; gli altri, devi andarteli a cercare all'estero, e introdurli nel tuo paese a tuo rischio, perché sono considerati più pericolosi della droga e dell'esplosivo, e se te li trovano alla frontiera ti vengono sequestrati e tu vieni punito. Dei libri non graditi, o non più graditi, di epoche precedenti si fanno falò pubblici sulle piazze. Così era in Italia fra il 1924 e il 1945; così nella Germania nazionalsocialista; così è tuttora in molti paesi. In uno stato autoritario viene considerato lecito alterare la verità, riscrivere retrospettivamente la storia, distorcere le notizie, sopprimere di vere, aggiungerne di false: all'informazione si sostituisce la propaganda. Infatti, in tale paese tu non sei cittadino, detentore di diritti, bensì un suddito, e come tale sei debitore allo stato (e al dittatore) di lealtà fanatica e di obbedienza supina. E' chiaro che in queste condizioni diventa possibile cancellare frammenti anche grossi della realtà. Nell'Italia fascista riuscì abbastanza bene l'operazione di assassinare il deputato socialista Matteotti, e di mettere l'impresa a tacere dopo pochi mesi; Hitler, e il suo ministro Joseph Goebbels, si mostrarono di gran lunga superiori a Mussolini in quest'ora di controllo e di mascheramento della verità."
Vivo, perché sono uomo.
Lotto, perché voglio essere uomo.

Con gli occhi di un immigrato

lunedì, gennaio 11, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 04:50



Incredulo sono venuto qui per vivere e magari trovare qualcosa da mangiare, il diavolo della fame bussa forte sulla porta infernale del mio stomaco. E così presi le mie due cose e m'imbarcai con pochi documenti, speranze tante. E come aggrappato ad un burrone, arrivai al "belpaese". L'Italia.

"Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca."

Quanta vita doveva arrivare, quanta vita mi aspettavo. L'Italia era per me un paese di civiltà moderna, di lunghe strade, di scienza, di artisti e di infiniti orizzonti. Un mondo di possibilità tutte da cogliere ed ero pronto ad affrontare tutto per guadagnarmi quello che per me tanto desideravo.

Mi sbagliavo.

Quanta morte doveva arrivare, quanta morte mi aspettava. Arrivato, la mia immaginazione venne uccisa all'istante, quello che mi parve davanti era un luogo dimenticato da Dio. La prima notte dovetti dormire al gelo addosso a una serranda di un negozio, e la mattina seguente non ci volle una sveglia per farmi alzare, ma il proprietario con il viso rosso, che anche se urlava parole incomprensibili per me, gli bastò darmi due calci per farmi scattare come un cane bastonato. E così, dannato quel giorno, arrivai in quel luogo infernale. Appena sceso lì, notai subito che c'erano tanti miei fratelli della stessa pelle e fui sul momento felice, perchè ci stavano dando un lavoro, misero, ma diamine era un lavoro! Ma anche allora, non capii che quel giorno mi misero una palla al piede.

"Uomini cui pietà non convien sempre
male accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine."

Mi dissero che mi stavano dando anche un alloggio, che bellezza! Addio fredde notti al gelo, addio bastonate da padroni imbufaliti, addio vagabondaggio! Ma alla vista della mia nuova dimora, impallidii. Una fabbrica a cielo aperto, fuochi accesi un pò ovunque e miriadi di animali vestite da persone che si facevano spazio tra gli angoli di quell'inferno in terra. Ecco la casa che mi avrebbe ospitato, eccomi il nuovo animale ero io.

Stavano morendo, i miei sogni sanguinavano di ferita mortale. E con loro, io.

Tuttavia, lavorai. Ore e ore per i campi, davo tutto me stesso: anche li credevo, credevo che il mio sforzo sarebbe stato ripagato e i  miei compagni mi davano dello stolto, senza che io capissi. Sudore e fatica. Sacrificio e sangue. E la sera, i miei vicini di cuccia mi dissero di non uscire la notte, perchè c'erano bande di ragazzini bianchi armate di spranghe, pronte a colpire il povero immigrato di colore che si sarebbe avventurato dopo le sette di sera.

Niente mi logorò come il vivere lì. E vivere è una parola troppo grossa per chi cerca di sopravvivere ogni giorno.
Ridurmi in questo stato era la loro proclamata libertà? Ma non ci sono diritti, leggi e uguaglianza? E' questa la libertà di un uomo che ha lo stesso sangue di un italiano?
Volata via, insieme al vento volata via.

"Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola. "

E così i miei sogni morirono. E morii anche io, strisciando morii. Non è vita questa, non lo è.
Sono morto da vivo.

"Uomini, poiché all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce."

Ma io ero venuto a cercare la vita. Il nostro silenzio, la nostra passiva obbiedienza al nostro giornaliero omicidio doveva finire. La rabbia cresceva tra di noi, quanta sofferenza dovevamo ancora patire. Basta.  Basta allo sfruttamento, basta all'odio, basta al razzismo. BASTA! Dentro di me saliva un fuoco nuovo, un fuoco di quella voglia di vivere che non poteva sparire così, il fuoco dei miei sogni uccisi, il fuoco della mia libertà! Sentimmo, allora, la necessità di fare qualcosa, di farci sentire, di farci sentire come persone e uomini uguali a tutti gli altri.

Cosa facciamo?
Alziamo il Pugno.

Ed eccoci, vermi striscianti che hanno deciso di rimettersi in piedi. Eravamo bestie, ora ci stavamo rialzando da uomini. Allora urliamo per le strade, urlate fratelli! Urlate all'Italia e al mondo cosa significa sopportare tutto questo. Urliamo insieme cosa significano rispetto, diritti e libertà! Così marciammo sulle strade, una nuova forza in noi ci spingeva e sapevamo che agivamo per il Bene. E volevamo risposte, certezze e un futuro.  Ma d'un tratto sentimmo sirene, manette, manganelli e spari. Caos e fumo. Lacrime e altro sangue. Non sono queste le risposte che vogliamo, ci vogliono fermare con nuova repressione, nuovo odio. E' sbagliato! E' sbagliato! E' Sbagliato!
E allora mi guardai attorno: vidi le barricate davanti a noi e vidi gli occhi dei compagni attorno a me.
Piangevo. Ma non chinai il capo, tenevo lo sguardo alto.

Loro sono il silenzio e ce lo impogno. Noi allora.. Alziamo il Pugno.



(Citazioni: Corale (leggenda del re infelice), Fabrizio De Andrè)