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Jazz per l'autunno

lunedì, novembre 17, 2014 - Pubblicato da Dan Angelo alle 19:55


Finestre bagnate dalla pioggia, lente lacrime di sudore dell'autunno che faceva il suo dovere per disegnare sul vetro lo scorrere delle nuvole. In fondo alla stanza il contrabbasso che scandiva la melodia jazz che rendeva l'atmosfera opaca, annebbiata dai fumi delle sigarette accese prima e dai liquidi dei cocktail poi.
Era un tardo pomeriggio di un locale a LA, di quell'america lenta e sporca di un Kerouac qualunque: in quel momento il posto perfetto per me, perso a cavalcare le note basse di un sassofono che piangeva la sua malinconia. Con una mano avrei agitato il mio whisky senza ghiaccio, ci avrei guardato dentro come se mi ci dovessi specchiare per poi buttarlo giù affinché sentissi il sapore forte del mio essere stesso. Subito dopo sospirare e mordermi la mano chiusa per guardare da lontano quegli occhi neri che vedevo attraverso un fessura tra le figure delle persone, forse per decifrarne l'incanto, forse per essere solamente curioso o solamente per attirarli da me.
Piuttosto credo che sono un cuore debole io e non sono mai voluto andare da un medico per fare un controllo, per appurarne la verità. E' così quando si vuol decidere di non essere qualcosa. E' così che consciamente o inconsciamente ho sempre deciso di non essere qualcosa.
Eppure con il costante desiderio di essere qualcosa.
Ed a un tratto, cosa doveva succedere di significativo in quel momento? Beh, nulla.

Mi alzai dal mio sgabello e frugai velocemente le tasche del mio vecchio giubbotto nero, dalle quali cadde il mio portafoglio. In quel momento gli occhi neri erano mani che si mossero, come se fossero un'espressione dell'arte stessa, per raccogliere da terra il mio portacarte e, lentamente, tirare fuori il mio documento scrutandolo tale che pareva lo guardassero da dietro il vetro di un bicchiere. "Ciao Peter" dissero quello mani.
E in quel momento un bicchiere si ruppe.
Come d'incanto ero fermo a guardare il mio stesso bicchiere vuoto e scossi la testa come per cancellare momenti mai accaduti. Pagai il conto in fretta ed uscii da quello che in realtà era un comune bar di Roma, con il gestore che aveva più le sembianze da ultrà che da sopraffino barman di Los Angeles.

Per lo meno l'autunno parlava la stessa lingua e anche qui le foglie cadevano ritmicamente una dietro l'altro come le fantasie che ubriacavano la testa. Nel cielo gli stormi di uccelli formavano grandi parate come se fosse una grande cerimonia per inseguire il sole lontano da qui. Cominciai a passeggiare per il mio vecchio quartiere, un quartiere stanco che non si voleva più mostrare come se le sue vie fossero state fatte più per nascondere che per farsi ammirare. I fili intrecciati su cui si stendevano i panni, invece, restavano muti strumenti nella mani delle vecchie signore alla ricerca della proprio pensione, un breve ricalco di una fotografia con la didascalia "Ciao da Roma".
I musicisti Jazz non erano nient'altro che note perse per le strade e le custodie degli strumenti salvadanai che non si arrivavano mai a rompere: nessuno è riuscito mai a scuoterli per sentirli pieni.

Qualcuno potrebbe dire che sono uno di quelli a cui piace perdere tempo, se mai il tempo si perdesse. Esso si perde solo quando si è da qualche altra parte rispetto al luogo in cui si vorrebbe essere o che si ritiene più importante. In termini materiali, dove si può spenderlo. In termini immateriali, che palle. Consumare, spendere e produrre.

Girai l'angolo nella piazza dove mi piaceva vedere i bambini correre e giocare, poi i genitori se li portavano via in braccio o con il passeggino. Loro che riescono a guardarsi ancora intorno mi notavano. Sorridevo, e loro sorridevano.
Ma all'improvviso poi vidi quegli occhi neri poggiati ad un muro ed anche loro si guardavano intorno. 

Ed a un tratto, cosa doveva succedere di significativo in quel momento? Beh, nulla.
Quella volta mi avvicinai. Dissi qualcosa. Loro dissero qualcosa.

"Ce l'hai fatta".
"E ora?"
"Ora? beh, nulla".

Con una mano avrei agitato il mio whisky senza ghiaccio, ci avrei guardato dentro come se mi ci dovessi specchiare, per poi buttarlo giù affinché sentissi il sapore forte del mio essere stesso.
Sentire che sapore hanno i miei occhi neri.


La fermata dell'autobus

martedì, ottobre 22, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 22:08

 

(La foto è totalmente casuale e nel racconto non è citata. Ma mettere di mezzo la municipale non fa mai male insomma..  sta sempre in mezzo al cazzo comunque)


C'è sempre un diavolo secchio della spazzatura. Sì, dietro ogni fermata si nasconde un secchio della spazzatura come a dirci “si, so che nell'attesa fumerai una sigaretta: perlomeno cicca qui.” , o ancor meglio “prenditi una birra, altera la tua situazione attuale che è meglio, successivamente cerchiamo di sembrare sostenibili ed ecologici: buttala qui dentro.”. Pochi, i salvati o i privilegiati, sono sfuggiti dalla chimera della fermata dell'autobus. La vedi. Ti avvicini inesorabile in quella palude di cemento, dove quell'elenco di autobus fatto cartello giallo ti dice "mo so cazzi tuoi".

E' mattina.
Non ne vuoi sapè un cazzo di nessuno. Sei in ritardo, fai colazione lo stesso, altrimenti muori subito dopo. Ovviamente hai messo le mutande al contrario con l'etichetta bella in vista alle tue spalle, che sembra cantare sul ponte sventola bandiera bianca. Esci dal portone di casa con un occhio chiuso e l'altro pure, chiami l'ascensore. Poi pensi che almeno un po' di musica mattutina, che ti accompagni nel tragitto, funzionerebbe da lenitivo. Cerchi le cuffiette in tasca, un tal groviglio che a saperlo Rubik si sarebbe esentato dal colorare le facce di un cubo perché era divertente. Ovviamente lui, il vecchietto del cazzo dell'interno 8, nel frattempo ti ha richiamato l'ascensore che era arrivato sul tuo pianerottolo. Colorite Reazioni.
Ti incammini verso la fermata dell'autobus sfilando gli ultimi fili delle cuffiette, evitando pali e/o persone come se fossero proiettili matrixiani, fino a quando ti rendi conto che arrivato esattamente a metà tra la fermata e la tua casa avevi bisogno di andare in bagno. Stringi le chiappe.
Scontato dire che nel frattempo l'autobus era passato accanto a te e lo stesso vecchio di merda dell'interno 8 ti raggiunge con il suo bastone chiedendoti “è passato l'autobus?”. Il bastone sarebbe stato un ottimo tappo.

Qui inizia la tragedia quotidiana, di una storia ciclica e infinita.
La mattina è il meticciato suburbano di chi aspetta alla fermata dell'autobus e vicino al secchio della spazzatura ovviamente. Si narrano storie di vecchi impressionisti dell'ottocento che rappresentavano tal paesaggio, come uomini legati a lancette d'orologio appesi dalla non fruibilità del tempo. Mentre eccolo dall'altra parte l'automobilista, diviso dai pendolari dall'assicurazione del veicolo e dall'azione civilizzatrice del parabrezza. Se la ride lui, distratto e frustrato, superbo e altezzoso mentre osserva i poveri condannati: una stazionarietà di anime in fila per Caronte. Semaforo rosso e lui suona. “Che cazzo te soni” pensano tutti all'unisono come un coro di muti.
Per essere romantici quando ti guardi attorno sembri all'interno di una foto color sigaretta di un proletariato urbano, almeno l'irritazione delle facce dice quello. E tutti guardano nella stessa direzione, come Colombo che scruta l'orizzonte aspettando  di avvistare terra. Si, ma quelle non erano le indie, idiota. Si, come quello non è l'autobus che ti serve, coglione. E ad un tratto da un'ala della fermata si sente come un sospiro di salvezza, come se ad un certo punto loro erano i prescelti. Per noi, sfigati che dovevamo ancora aspettare, lo erano. Si deve sempre arrivare a una meta, sennò si è smarriti. Cazzate. Guardi l'orologio. Game Over, sei spacciato. Stavolta non era tanto una cazzata. Il problema della giungla urbana è che non ci sono scimmie, siamo tutti dei cazzo di naufraghi con uno smartphone in mano.
Ma tanto come sempre il bus arriva e inizia il pogo, ma il governo ha dovuto tagliare la musica. Vedi un tuo ex compagno dei tempi della scuola da lontano, fuggi verso la direzione opposta. Tagli la strada a una sprovveduta vecchietta e ti siedi vicino al primo tizio, al quale non riesci a distinguere la vetta del K1 dalla forfora che scendeva come fosse stato Natale. Ti addormenti e l'autista ovviamente non deve far altro che frenare per farti sbattere la capoccia contro il vetro del finestrino. Almeno non mi son ritrovato al capolinea..

Addio o arrivederci

lunedì, luglio 22, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:35




4.32 del mattino.
Il sole ancora non si era alzato dal letto dell'orizzonte ad accendere l'oscurità della notte, lampi di scintille dell'accendino diventavano fuoco per dare vita a quella sigaretta che come di consueto era diventata un rito a quest'ora. Guardavo fuori dalla finestra osservando le serrande chiuse della gente che dormiva, affinché si ricaricano per un altro giorno che probabilmente sarà uguale a tanti altri precedenti, forse per tutti è l'ora del sonno. Per me no, era  istinto di non conformismo o di disagio sociale cresciuto negli anni, tuttavia quasi mi divertivo a cercare con gli occhi fuori la finestra la luce di qualche camera accesa di un mio simile che piroettava a quell'ora morta. Presto però le mie speranze poetiche si spezzavano nello sciacquone del bagno del panettiere che si alzava per andare al lavoro, mentre l'ombra sulla finestra mi diceva chiaramente "Sì, si sta grattando le chiappe".
Nonostante tutto era bello così, sbuffare il fumo a pochi centimetri dal vuoto allenandomi a guardare di sotto. Penso di aver sempre sofferto di vertigini in qualche modo, però come ogni paura la prendo per mano e me la tengo stretta così guardo giù fino a quando mi va. Col tempo sono migliorato.. sei, sette, otto piani non erano pochi, anzi indagando la mia memoria non mi viene in mente nessuno che si sia salvato da una caduta di otto piani. Mi viene in mente un vecchio film di Kassovitz "La Haine", L'odio, metti insieme ragazzi, polizia, banlieue, scontri, un po di violenza, chi direbbe anche degli sporchi immigrati e boom hai fatto un filmone di quelli che ti spari almeno un paio di volte. E guardando da questa finestra ti torna in mente la frase clue di Hubert "Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene." Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.".
Si, mi sono immaginato varie volte di buttarmi e di sentire quella sensazione in cui stai in aria e cadi cadi cadi.. In quel momento chi sei, cosa sei, cosa pensi. Ma di una cosa sei certo: bang stai per morire. Ma è così profonda la differenza tra la consapevolezza dell'immediato e la spensieratezza di un capolinea futuro ancora non conosciuto? E all'improvviso quella finestra era diventata una fermata del treno, tanto sai dove devi andare!

"Mah" penso tra me e me sbuffando il fumo dalla bocca e in quello stesso momento mi era venuto in mente la vignetta de La profezia dell''armadillo di Zerocalcare dove i brutti pensieri di Camille e Zero se ne stanno seduti uno a fianco all'altra fuori dalla porta, non so esattamente per quale motivo.
La nostra vita è fatta di atomi liberi che corrono, ma colmi del 90% di vuoto e così vuoti siamo noi. La mia non differisce molto, la dipingerei come quella farfalla che nel bel mezzo del bosco vicino alla fattoria del mio caro e defunto nonno, inseguivo cercando di farla mia con il risultato di cadere con il ricordo di una ferita che porto ancora oggi truccata da cicatrice.
E nel frattempo la sigaretta era finita, buttai la cicca dalla finestra e la osservavo sparire sempre più giù nel buio in un quasi cullandosi nell'aria. E' proprio guardando quella cicca che decisi di prendere una corda, la legai saldamente alla valvola del termosifone e mi calai dalla finestra.

4.47 ancora era buio. scendevo.

VII Piano.
C'era questa nonnina che era così particolare a vedersi. Secca, secca, fragile come carta bagnata. Sembrava potersi rompere in qualunque momento e si metteva seduta e rannicchiata con le ginocchia piegate davanti a sé. E lì messa all'angolo era chiusa come una scatolina. Più si allontanava alla vita più lei si faceva leggera: si piegava come le palme di cocco che la han sempre accompagnata durante la sua vita. Un giorno il vento non soffiò più.

VI Piano
Ero piccolo, vivevamo in un piccolo appartamento in un quartiere un po disperso di una Roma nord anni 90'. Faceva freddo quell'inverno e mi ricordo solo un bianco letto di ospedale. Passavo le giornate davanti al Geam Gear della Sega, anche se disgraziatamente spesso dovevo mettermi a pancia in giù per il turno delle punture. La broncopolmonite non mi fermò, mi fece perdere un po di capelli, ma poi andò tutto per il meglio.

V Piano
Era un periodo. Non stavo benissimo, anzi stavo proprio male. Quando sei adolescente o più giovani puoi solo che piangere, non esiste qualcosa che ti possa liberare dai male che del pianto. Avevo paura di rimanere da solo, piangevo, mi faceva male lo stomaco, non riuscivo ad essere sereno. Ma almeno dopo un po le finivo e potevo respirare un po. Tuttavia a volte non riuscivo a starmene a casa, mi misi a piangere all'angolo di una strada perché chiuso in camera nessuno ti può salvare. E un po di passanti ti chiedono come stai e sei hai qualche problema e in quel momento ti salvano: tu dici che va tutto bene, ti alzi e torni a casa.

IV Piano
Pioveva, pioveva ancora qui. Era da una settimana che pioveva solamente, ininterrottamente e quindi vagavo con un libro e una candela in mano. C'era un tempo che quasi odiavo la pioggia, dentro di me è sempre rimasta quella voglia di sole e mi ricordo quando arrivava quel determinato giorno unico e importante, si sperava nel tempo. Erano giorni di nuvole e pioggia grigi come i miei pensieri.

III Piano
Con il tempo ho sempre imparato ad accontentarmi, a cercare di non chiedere mai niente né ai miei genitori né agli amici né a nessun altro. Sono una persona delusa e che delude, poiché non sono mai stato nemmeno in grado di pretendere adeguatamente da me stesso. Non ho paghetta, evito di chiedere soldi ai miei genitori, non mi piace lamentarmi. Sono sotto un anestetico di nome non importa. E così se non importa niente, cosa c'è d'importante? Mi ricorda una persona che mi chiedeva spesso favori, in cambio di un'amicizia che sapeva di falsità.

II Piano
Ero appena uscito dall'operazione all'appendice, ma stranamente avevo un cuore nuovo. L'ospedale e le medicine in realtà ha avuto sempre un riguardo particolare nella mia vita. Non so quante volte ho visto mia madre seduta sul letto di una corsia, con il dubbio che un giorno uno di quei letti prenda e corra via portandosela con se. Avere un corpo guasto e tradire la morte ogni giorno sentendo il "tic tic" dei battiti artificiali, scandendo la giornata a guardare quella busta piena di medicine e pasticche e pensare che quella rappresenti la propria corda che ci lega alla vita. E' crudele.

I Piano
Cos'è stato? Boh. Non lo so più. Io non so niente. Giovane ventenne fresco di estate. Ero così. Quasi brillante apparivo. Così, non sapevo quello che mi sarebbe accaduto lì a poco. Poi tentennai più e più volte nel voler tornare indietro.
"Così resto solo col cielo e altro non vedo e non so ma se tutto è nascosto nel cielo al cielo io ritornerò."

5.23 Terra
Ero riuscito finalmente a scivolare giù lungo tutta la corda fino a giungere a terra con un passettino. Quanto si è sicuri con i piedi per terra, troppo sicuri per me e allora cominciai a correre dentro il palazzo di nuovo e poi verso l'ascensore.
Sanguinavo inchiostro tutte le volte. Era stupido.
Ma sapevo che sanguinare era l'unico modo per uscire da me. Le mani soprattutto lasciavano segni qua e là.

Quando le pareti cominciano a restringesi, quando lo specchio comincia a darti del tu riempilo di ricordi, di speranze, di emozioni, di musica e liti, di illusioni d’epoca. Quindi avevo macchiato ovunque quell'ascensore che in quel momento mi dava un fastidio tremendo, lasciando le le linee delle mie dita ovunque poiché dovevo uscire, asfissiavo. In quel momento odiavo quello spazio stretto, e strabuzzavo gli occhi sulla fessurina vetrata ansioso dell'arrivo. In quel momento l'elevatore sapeva di tomba.

5.33 Alba
Arrivato al mio VIII piano, uscii di corsa da quel buco prendendo un bel respiro. Tornai in camera. I silenzi erano ormai distrutti dal canto degli uccelli e dallo svegliarsi del sole. Oggi la sfumatura dell'alba era qualcosa di meravaglioso e il sole nuovo arrivava a piccoli passi a conquistare il cielo.
Mi riaffacciai alla finestra e presi un paio di forbici con cui tagliare la corda, la quale guardai scivolare giù come la sigaretta precedente."Non mi piace avere i piedi per terra, non sono una persona sufficientemente sicura" pensai tra me e me sorridendo.
Cercando di non far rumore, presi una sedia e la misi vicino alla finestra. A piedi uniti salii sul bordo  in equilibrio, finalmente mi sentivo a mio agio così sempre in bilico.
E così respiravo il sapore di un giorno nuovo con un respiro profondo.

La differenza tra la consapevolezza dell'immediato e la spensieratezza di un capolinea futuro ancora non conosciuto?
Qui c'è la fermata del treno, Addio o arrivederci, quel che cambia sicuramente è il saluto.

"L". Tutto inizia così. episodio 1.

giovedì, ottobre 25, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 21:01


Tutto inizia così, con lo sguardo perso nel vuoto mentre il compagno incontrato per caso il pomeriggio racconta l'ennesimo episodio della sua stupida e inutile vita, rendendo stupida e inutile anche la tua in quei cinque minuti trascorsi con lui, in poche parole di come una somma di coincidenze poteva affascinare Fabrizio e di come a me non me ne fregava un cazzo.
Mi chiamo L, si proprio così e-l-l-e, ora vi chiederete se sia il mio vero nome o il soprannome, perché e bla bla bla vari. No, non è l'etichetta affibbiata all'anagrafe dai miei genitori quando son nato, né è un soprannome che è derivato da un evento o un gioco, così mi han chiamato un giorno e così mi son cominciato a chiamare io: "L". Nessun senso e nessun perché come nessun senso e nessun perché sono io.
E in questo filo di pensiero parlo a voi, sì voi internauti, gente comune o youtubers o come minchia volete chiamarvi, voglio parlare a voi persone che non avete volto per il sottoscritto e presupposto ciò, potrebbe, anzi è possibilissimo, che al di là di questa registrazione non ci sia nessuno, ma tanto vale sia per questo che la prossima volta che mia madre entra nella mia camera e chiede "con chi parli?" io risponda "con Nessuno, ma!" tanto che uscirebbe indispettita pensando che le abbia regalato una mia solita scusa.
Sì, cari e care, tutto è iniziato quando ho incontrato quell'amico mio, o meglio conoscente, il Fabrizio che tanto in gamba quanto non vedeva l'ora di dire le cagate avvenutegli quel giorno al primo povero disgraziato che avrebbe incontrato. Ed ecco che entro in scena io! Oh Mr L che casualità! In altre parole per gli amici anglosassoni LOSER o per chi è anglonuncapisco SFI-GA-TO. Non avendo avuto uno specchio a portata di mano, non posso descrivere l'ilarità del mio volto esposto in un sorriso misto al terrore di fronte a quel malcapitato incontro, ma casualità delle casualità... l'Intuizione! E questa porterà quel mio stesso terrore a trasferirlo sugli sbrilluccicosi schermi dei vostri pc. Eh già, la Ggente (sì con due g) ha bisogno di parlare, di dire, di esprimere sennò non ce la fa! Ora se siete arrivati fino a qua stareste dicendo "E perché non lo fai con l'amici tua?". Eh no cari, è qui che vi sbagliate, già vi siete dimenticati? Son sempre io, L, quello di prima, il tizio senza senso. E senza senso le mie cagate le racconto qui sul fantasmagorico e attualissimo mondo del YouTubo!
Il pastore digitale mi ha invitato a prender parte del gregge, in un canale dove per minuti parlo io! E  messo già in conto che parlo a nessuno, in un mondo dove non ci rappresenta nessuno e in aria di primarie ed elezioni, qui si vota nessuno!
Se ancora mi stante sentendo cazzi vostri, son solo un ragazzetto, un mentecatto di oggi direbbe la vecchia bavosa del quinto piano, per voi è più facile.. L.

La spia rossa della telecamera si spense come un sipario a fine dello spettacolo, due tasti pigiati sulla tastiera ed L tentennò prima di cliccare su Upload. "So popo un cazzone" pensò e caricò il video.
Una sigaretta. Un agglomerato di scure sensazioni.
Una noia. L'insoddisfazione di tutti.
Tutto inizia così. 
Una cicca per terra e un video su youtube e tutte le dovute imprecazioni.

Cafuné

martedì, settembre 25, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 19:38



Cafuné
(portoghese brasiliano)
l'atto di passare delicatamente le dita tra i capelli di qualcuno

Clementine aveva preso una sedia dal tavolo della scrivania per poter raggiungere lo scaffale più alto della libreria color marrone invecchiato, dove era posti i libri nascosti o dimenticati, quelli più difficili da raggiungere, taciturni e in lunga attesa di esser sfogliati. Sì, uno a caso e con le punta delle dita venne giù un signorotto dalla copertina verde scuro pronto come un bimbo a saltar in braccio. Era un vecchio manuale di italo-portoghese, quello brasiliano nello specifico, e Clem - così veniva chiamata dagli amici - lo posò sulla scrivania e ci soffiò sopra come a delle candeline portantdosi via il mistero celato dietro una nuvola di polvere. A occhi chiusi aprì una pagina e notò subito una parola sottolineata da una leggera riga di matita. Cafuné ripeté tra se e se.
Non comprese se fosse per il significato o per il buffo nome, ma improvvisamente si ritrovò con un sorriso stampato in faccia, subito ritratto come se si sentisse una sciocca a mostrar i piccoli denti a un libro.
Clementine non usciva da giorni, si era insidiata in una strana campana di vetro dove si dilettava a far volare uccelli di pensieri chiusi in quel suo spazio di libertà, o di prigionia. Era perfettamente cosciente che non le piaceva ritrovarsi in quella condizione, eppure nella sua cameretta l'autunno delle bianche pareti la tenevano lì custodita e così trascorreva le giornate a scrivere quando il rumore della realtà era lontano. Era convinta di vivere uno stato di atarassia, dove si è felici di esser tristi, ma non si provava nessuno dei due sentimenti come il continuo cambiare del tempo in sole e poi in pioggia in un limbo in cui non ci si bagnava e non ci si asciugava in tempo, tanto che nel frattempo settembre era alle porte.
Quel giorno scrisse così. L'atarassia è un luogo dove il tempo non esiste. Tutto viene compiuto con la lentezza necessaria, senza fretta e senza noia. Tutto è solo una somma di azioni iniziate e poi finite senza troppi motivi e troppe conseguenze, se non nessuna. È come le cicale d'estate che accompagnano il sole con il loro vociare così per colmare il silenzio, così tanto per farlo. È' una casa vuota dove ladri che si trascinavano dietro speranza e paura non trovano nulla da rubare, costretti a riportarsele indietro senza lasciar traccia.
Soddisfatta, continuava però a rimuginarci sopra seduta sopra il letto come un vecchio monaco buddista alla ricerca del proprio io sfuggevole: alla fine l'immagine dell'uomo è riconducibile a quella di un cane che cerca di mordere la propria coda, pensava.
Non fece in tempo a concludere quel pensiero che il letto si fece più scomodo a tal punto da diventar duro come roccia e attorno a se non più una opaca stanza, ma una viva sorgente, uno specchio d'acqua dove si disegnava l'immagine di una ragazza assopita da se stessa, la grottesca figura dei giorni persi. Clem non se ne capacitò e, anzi, provò un tale terrore che si spaventò e scattò in piedi all'istante chiedendosi in quale pozzo fosse precipitata, se non fosse per il sole lucente che le abbagliò gli occhi abituati all'oscura luce della sua casa e dalla roccia bagnata sotto i piedi che la fecero cadere in acqua. L'acqua era talmente fredda che più cercava di richiamare i nervi del corpo, più questo non diventava suo e lentamente si inabissava mentre la luce si smarriva nelle tenebre del fondo. Rinunciò a tutto, chiuse gli occhi e si immaginò risalire fino in superficie.

Cosí li riaprì come per vedere l'esterno e riprendere disperatamente il fiato, ma si ritrovò sul balcone  mentre fuori tuonava la pioggia di settembre, talmente tanto che era totalmente bagnata dallo scorrere della vita.

L'inutilità tra un caffè e una sigaretta

mercoledì, luglio 11, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:53


Piccoli semicerchi avvolgevano il cielo come una parata inaugurante l'avvenire della nuova primavera e così le rondini facevano acrobazie in aria come aereoplanini di carta che rimanevano sospesi a dispetto della gravità. Il caffè schiumato si sfumava al girare del cucchiaino, ad unire insieme quel misto dolce amaro risvegliante le menti assopite. Oscar apprezzò lentamente quella schiuma caffè-latte e poi, tutto d'un fiato, bevve la tazzina. Non soddisfatto aspettò il momento giusto per cogliere come pesci al retino l'attenzione dell'indaffarata barista dai mori capelli corti.
-Ti posso chiedere anche un bicchiere d'acqua?- chiese subito lui. - Certo.-  - Grazie Mille.- -Prego.- rispose lei con un sincero sorriso, mentre appoggiava il fresco bicchiere e tornava senza perdere attimo a servire i clienti. Il bar quel giorno ospitava più ospiti del solito, come se insieme alla primavera le persone avessero deciso di uscire dal torpore degli appartamenti di città e prendersi qualcosa tra il traffico delle vie. Il bancone era come un'orchestra frenetica fra lo sbattere di tazzine o lo sbattere del caffè sulle macchine, mentre le foci come grancasse tuonavano a gran richiesta del prodotto da loro prescelto. Oscar a differenza di quella freneticità, faceva tutto con ostentata calma e come per perdere ancor più tempo prese la bustina con lo zucchero rimanente e ne riempì il fondo della tazzina giocandoci distrattamente con il cucchiaino. Intanto si guardava intorno dando un po' un'occhiata chi riempisse il locale. I clienti abituali, vecchietti amanti del gioco a carte che si scambiavano opinioni sul nuovo ponte in città. -Sembra sempre meglio ai "nostri tempi", eh?- pensò Oscar tra sé e sé. Più in là, oltre un gruppetto di antipatici impiegati dalle lunghe cravatte superbe, aveva riconosciuto delle sue vecchie conoscenze, ma non aveva nulla di sprecar fiato e intraprender il rito di convenevoli che non interessava nessuno, allorché fece finta di non veder nulla e li superò con lo sguardo. Sui verdi tavolini di plastica poggiavano due borse di marca, o forse no, lui non se ne intendeva, ma lo dovevano essere da come se ne stavano ben posate con il loro aspetto altezzoso e le rispettive proprietarie accanto a loro come se avessero piantate  bandiere da sventolare. Indubbiamente delle belle ragazze, Oscar aveva tanti difetti ma aveva avuto sempre un buon gusto in fatto di donne, erano entrambe castane, una liscia e l'altra castana, vestiti curati con la maniacalità di uno stilista sbruffone che si dimenticava di esser pelato, visi altrettanto curati dipinti dai loro trucchi, quasi artificiali, talmente aberranti della loro consapevolezza di dover attrarre e far annusare il miscuglio di profumi da mischiare agli ormoni primaverili, che lui non ci perse che qualche battito di ciglio poiché il loro gesticolare e le espressioni cretine non potevano che esprimere qualche infima discussione sul loro shampoo o il nuovo amore dei prossimi tre giorni. Non c'era nulla o nessuno da poter catturare il suo interesse, così rotto l'ultimo granello di zucchero, uscì dal bar con una mano nella tasca a giocare con i due pezzi da dieci centesimi e lo scontrino accartocciato che sarebbe finito in lavatrice erroneamente. Un anno fa, il carcere. Un anno fa il suo paese era nel pieno di una delle più grandi proteste popolari che la storia potesse ricordare, lui ricorda bene i sorrisi, la voglia di cambiamento che leggeva negli occhi della gente. Amava spassionatamente quegli occhi, così uniti per le strade e pronti a riprendersele a ogni costo, talmente ostinati che non doveva accadere. Divise blu, sirene. Una fredda telecamera di una banca puntata e lui venne accusato di resistenza a pubblico ufficiale mentre liberava un suo compagno dalla violenza del manganello. Così per direttissima, le sbarre. Le urla che gridavano ingiustizia non valevano per chi le leggi le decideva o le applicava. Ricordi da lasciare sbiadire come macchie nella candeggina. Così non rimase la rabbia o l'odio, rimase l'accettazione e lo sconforto. Il vuoto.
Superato l'angolo Oscar prese il 16, un tram che lo portò un paio di quartieri nella parte più a nord della città dove pensò di farsi una passeggiata. Oggi era la sua giornata libera e non aveva nulla da fare, gli amici erano occupati e non aveva la voglia di sforzarsi ed alzare la cornetta per trovarne uno disposto a passare del tempo con lui come fosse una supplica, a volte avvertiva che fosse così. I mezzi pubblici erano una sfida: un incrocio di arti umani incastrati dentro una scatola di ferro e asserragliati come lamine di un rasoio, il vecchio più pazzo o solamente più irrequieto degli altri pedoni non resistette, cominciò a urlare bestemmie all'aria mentre dall'altro lato del mezzo lo sguardo dei più sconcertati sembrava fare il segno della croce con gli occhi. Ad Oscar era indifferente, faceva parte del variegato dipinto della metropoli e dello scarso servizio della mobilità in città, anzi quel vecchio gli stava quasi simpatico, infondo gridava ciò che a tutti, in quel tram, faceva capo tra i loro pensieri. Dopo qualche fermata lasciò l'anziano alla sua invettiva e scese dal tram. I passi andavano allo stesso andare della monotonia della città, l'odore dello smog, i passi affrettati delle persone sempre dettati dalla destinazione da raggiungere il più veloce possibile, l'insostenibile attesa di un semaforo verde e le vetrine senza vita di fantocci vestiti. Nessuno si scandalizzava più e sembrava che del clamore dell'anno prima si fosse persa memoria e tutto sia stato insonorizzato da invisibili pareti di attonito silenzio. Dopo qualche minuto di camminata, Oscar si imbatté in un piccolo giardinetto a strappare il cemento, con le giostre dove i bambini del quartiere scendevano giù per lo scivolo arancione o si arrampicavano con gran fare nella ragnatela di corde sotto l'attenta supervisione di genitori, i quali sembravano scambiarsi i miglior consigli che la televisione aveva mandato la stessa mattina per far crescere sani e forti i loro pargoli in questa società fantastica, pensò che si poteva fermare a una panchina di legno rovinate, ma l'idea di sentire i nomi di strani prodotti gli mise più nausea allo stomaco rispetto alle loro grandi promesse di alta digeribilità. Sorpassato l'angolo verde, incontrò un giovane senzatetto, questo come se avesse imparato una parte a una scuola di recitazione, occhi inarcati insieme alle sopracciglia che puntavano a guardare dritto nei suoi, a cercar il punto in cui scavare la bontà dell'anima e della compassione e con voce melodicamente supplichevole gli chiese qualche moneta invano: Oscar scosse la testa. I mendicanti riescono a far nascere nell'uomo il malessere nei confronti di chi è meno fortunato o semplicemente ha meno di noi, in qualunque caso se decidessimo di svuotare o no le briciole che colmano le nostre tasche, non colmeremo mai a dovere il malessere del debito che sentiamo nei loro confronti. Quei due pezzi da dieci centesimi si fecero indescrivibilmente pesanti nelle tasche di Oscar, quel debito lo sentiva anche lui, come sempre ma sapeva che poteva farci poco. Era una giornata noiosa di quelle che il mondo se ne ricorda cento e le dimentica tutte insieme, stavolta non trovò nulla di esaltante o poetico in quelle strade sporche dai mozziconi di sigaretta o da cesti di legno usciti dal mercato accanto, tanto meno dagli sguardi vuoti della gente degni solamente di segnalare la propria presenza e di farti far attenzione a dove mettere i piedi, giammai potresti intralciare il loro percorso. -Era quasi meglio chiamare qualcuno.- pensò lui. Frugò nell'altra tasca dove c'era il suo pacchetto di marlboro rosse e l'accendino, anch'esso rosso. -Uhm, le ultime due. Dovrò ricomprare presto un pacchetto.- Uno sbuffare accompagnato dallo sfrigolio della pietra focaia e si accese la penultima sigaretta dando largo spazio alla morbide vertigine di fumo nei polmoni, per poi lasciarla galleggiare via nell'aria.  Più tirava e più la sigaretta si accorciava, ancora tirava e ancora la sigaretta si accorciava. 
Ad un tratto una frenata brusca. Una punto bianca aveva inchiodato e quattro uomini in borghese scesero all'istante, uno di essi urlò. -FERMO!- Il loro obiettivo era un ragazzo nero con una leggera camicia verde, un grosso zaino sulle spalle, jeans blu anneriti sugli orli e scarpe vistosamente consumate. Cercò subito di scappare. Niente da fare. I quattro gli stettero subito addosso, un colpo sul capo e a terra. Il ragazzo, ormai braccato, con la forza della disperazione abbracciò un palo segnaletico, come se fosse l'albero maestro di una nave in tempesta. -Adesso sono cazzi tuoi, stronzetto.- Disse freddamente e con odio insensato uno dei quattro mentre tirava fuori delle manette. La sigaretta fumante rotolava a terra sul grigiore del marciapiede, lasciata a metà in un pozzo di asfalto. Oscar correva verso i quattro. Correva e senza rendersene conto già stava urlando -COSA STATE FACENDO, NON POTETE!.- Non fece in tempo ad avvicinarsi che quello più grosso, lo spintonò via. Oscar sbatté la testa su un muro e perse i sensi. In quell'attimo tornò a un anno fa quando tirava via per la giacca il suo compagno per salvarlo dalla violenza dell'ordine. Anche in questo giorno inutile, altro sangue doveva scorrere. In modo inutile.


Dedicato a un ragazzo somalo, rifugiato politico, il 10 Luglio 2012 veniva fermato, strattonato e spintonato da quattro persone scese da una Renault Clio che non si identificano come carabinieri. Ragazzo in seguito rilasciato con le scuse e senza nessuna accusa. 

Una Mongolfiera

venerdì, giugno 15, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 00:26


C'era un palo della luce, la luna era lieve e si confondeva con esso. Era un piccolo parco, una macchia verde dentro quel quartiere di periferia. Avevamo lasciato orme sul terriccio bagnato ed era una fredda serata di un autunno e di un inverno che si davano il cambio, si abbracciavano per salutarsi per il nuovo turno di guardia. L'inverno in genere mette paura agli animali, la maggior parte di loro per non guardarlo in faccia si mette a dormire. Mancava un pezzo di legno a quella panchina, nessuno l'aveva curata, più che un parco sembrava un posto dimenticata da Dio o solamente dall'amministrazione comunale, ma non mi interessava tanto stavolta. A trent'anni suonati stare alle due di notte su una panchina da solo non significa nulla di buono.
Mi strofinavo le mani per combattere il freddo, mentre il mio respiro si faceva vapore che si disperdeva nell'aria, e non bastava quel fumo, così frugai con ansia nella mia borsa. Filtro, tabacco e le cartine maledette che si divertono a nascondere. Dovessero essere un personaggio di qualche racconto di Omero, sarebbero delle perfette creature di Ade pronte a molestare le vite dei vili mortali. Così dopo una lunga caccia trovai la carta su cui bruciare le vertigini da buttare fuori dai polmoni, così irrequiete da costringermi a buttarle fuori in qualche modo.
Mille, migliaia. Cominciai a ipotizzare quante di questi fuochi fatui abbia fumato in vita mia, di quante volte abbia riempito di sberle i miei polmoni lacrimanti che chiedevano di smettere ed io , con sorriso maligno nella testa, mi accendevo l'ennesima sigaretta. La città non dorme mai, il rumore delle macchina che corre sulle strade è una costante inscindibile.
Non voglio pensare a niente, la mia vita, ciò che ho attorno. Dunque mi concentrai su un punto nero in una stanza vuota e bianca, lui era il mio pensiero, la mia pace quel punto nero. E' il dolce ricamo che poteva dare la mia immaginazione, il riparo di piccoli e brutti leopardi fedeli a una siepe. Ma tutto d'un tratto rumore. Rumore fastidiosissimo, uno stridulo che invadeva il mio tempio di silenzio, di non rumore. Così quel punto nero cominciava a muoversi e si agitava come se fosse in atto un terremoto e la stanza si riempiva di persone, le conoscevo, tutte persone che conoscevo mi parlavano e non capivo quello che volessero dire. Sembravano che mi vogliano confortare, ma urlavano, è da loro che proveniva il rumore. Non ce la faccio più, devo fuggire.
Il fiato corto è come la vendetta dei miei polmoni, la sigaretta è a terra con la testa fumante. Toccai le assi della panchina come per rendermi conto di dove mi trovassi e mi sentei a disagio. Quel parco era così diverso anni ed anni fa, colmo di speranze e delle esultanze alle prime grandi gioie. Era pericoloso, sentivo che me ne dovevo andare anche da lì. Presi la mia borsa e non ci pensai due volte, imboccai il sentiero davanti a me. Casualmente passò un notturno sulla strada adiacente, così feci uno scatto alla vicina fermata e l'autista si fermò. Non sapevo dove andare, di tornare a casa non se ne parlava affatto. Mi sedetti su uno dei sedili davanti, anche loro sembravano dormire insieme alla notte e guardandomi intorno notai che c'era solo l'ennesimo ubriacone che aveva la faccia spalmata sul finestrino che non reagiva neanche alle brusche frenate dell'incosciente autista che sembrava galvanizzarsi su qualche brano degli agli Iron Maiden. Beato quell'ubriacone, pensai tra me e me.
Quanti film avranno fatto con il protagonista che guarda fuori dal finestrino, chissà che gusto ci provano. Pali, lampioni, marciapiedi e segnali stradali come una canzone noiosa bloccata sul tasto repeat e poi stop. Un semaforo rosso. Il mio sguardo comunque lo sentivo vuoto, come se vedessi ma non vedessi, lo sguardo di un miope che guarda la folla di persone che sembra tutto uguale e così rimango indifferente quasi sollevato. Ma poi anche quello mi diede la nausea.
Scesi.
Non conoscevo il posto in cui mi lasciò la vettura, era un quartiere come un altro. A un certo punto mi imbattei su dei lavori in corso, un bel nastro della polizia municipale su cui scritto il divieto di sosta con indicata la data del termine della fine dei lavori. Con nessuna sorpresa notai che erano già passate due settimane, ma la buca scavata dai lavori era ancora lì. E allora ci buttai dentro la mia borsa, era inutile, in quel momento smisi di fumare, insieme alle lettere in cui rifiutavano "gentilmente" il mio curriculum da fannullone. Almeno questa buca l'hanno iniziata. Sarebbe bello a volte, iniziare e non finire mai. Lasciata la buca, frugai nelle tasche e tornai subito indietro. Anche il mio cellulare volò giù.
Ora mi sentivo più leggero, avevo buttato via tanti dei miei pesi. Ero come una mongolfiera, per volare dovevo buttare le zavorre in eccesso. E così capii tutto.
Cominciai a correre, come un forsennato, come a consumare tutti i miei liquidi e i miei muscoli, non so quanto corsi e per almeno due volte rischiai di inciampare e farmi male davvero, ma almeno sapevo dove andare stavolta.
Panta Rei. Me lo sono ripetuto tante di quelle volte nella mia vita che non so se bastino tutte le mani degli uomini che abitano la terra per contarle. Scorre ancora l'acqua del fiume e chissà per quanto ancora scorrerà.

Ripresi fiato con calma,
diedi un'occhiata alle stelle nel cielo viola della città.
Mi tolsi le scarpe.
E sul ponte,
salii in piedi sul parapetto.

I'm here to listen to your story

domenica, giugno 10, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:16

Passi sui san pietrini, il tac tac di ragazze dal tacco alto e il vestito ristretto scandisce le parole sguasciate della clientela di Trastevere. Trastevere inghiotte tra le vie come un formicaio gli operai della città in riposo, in mezzo a un bicchiere di birra e una fumante margherita. Così errano nella propria cupola movente le storie degli uomini, una libreria, un pozzo di racconti chiusi in un paio di scarpe. Scarpe che rallentano il passo, si voltano come gli sguardi di chi le indossa, un occhio su un cartello, un invito innocente. Un sorriso distratto, un apprezzamento involontario, curiosità lasciata sul piatto e chi, i più tentati, offrono parole su cui banchettare. Share my story, why not.
E non è un motto per invadenti social network, è una nuova cornice del quartiere, è il dente cresciuto nella morsa della notte. Orecchie per chi ascolta, bocche affamate di dover dire e far uscire dalla gabbia della propria realtà qualcosa per cui rallegrarsi, intristirsi o semplicemente lasciare. Una mano da allungare, un abbraccio da non rifiutare, senza troppi recinti o muri dipinti.

C'era una volta per te.
E ora anche per me.

Una castagna

venerdì, giugno 08, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 04:32

"Dovessero farmi una foto ora, ne verrebbe fuori un'immagine di un uomo con cinque maschere: un guazzabuglio di espressioni e stati d'animo. Crono, ormai vecchio e stanco, si diverte ancora a giocare con il tempo, maledetto lui e tutti gli dei suoi affini. E forse sono invecchiato insieme a lui, guardami nipote mio: porto i miei anni sulle spalle, ma non i capelli che non mi vogliono più. La mia faccia è una quercia, una corteccia impregnata dalla vita e custode di scene spezzate dalla spegnersi e riaccendersi delle palpebre dei miei occhi stanchi.
E come loro, la mia vita è stato sempre un sali e scendi, non riuscivo mai fare tutto d'un fiato, ma tutto a piccole pause interrotte. Ah.. le mie rughe e la mia pelle, tra loro i monti di tutte le volte che mi scontravo con me stesso, una sfida infinita e mai vinta e ora tutto mi scivola tra i solchi di antiche battaglie. Il mio corpo così si è adattato a me. Siamo tutti adattati, più i tempi vanno avanti e più tutto si adattata. Vogliamo essere il colore che non abbiamo o che non vediamo e così ci accostiamo tutti spalla contro spalla e non siam costretti a conoscere chi ci sta a fianco. Esso ci struscia addosso, come io so della sua presenza, lui sa della mia e questo succede ogni giorno con tante persone.
Potremmo diventare un bel quadro di qualche vecchio artista puntinista, quale ispirazione migliore: non dovrebbe nemmeno esagerare con la tavolozza dei colori poiché a noi piace trovarci abbinati. Percorriamo strade piene di secchi di freddi colori che ogni giorno calpestiamo lasciando strisciate grigie attorno alla nostra città, come a riempire uno di quei libri per i bambini ma con la figurina della nostra scheda elettorale o del nostro conto in banca. Ti chiederai chi è che mette questi secchi. Alza la testa. Così ogni giorno vogliamo affinare l'arte dell'inadattamento. Un limbo maledetto, una via di templi lontani, di eremiti e pochi pensieri vani. Un piede nel secchio ci rimane, a sporcare per procacciar il pane. E mentre pensiamo di schivar e pulire da un lato, sporchiamo dall'altro così per girarci in tondo. Un suono opaco di sottofondo e diventiamo sordi. Più violenta l'immagine, a volte più contorta e più la nostra reazione diventa incerta. C'è una vecchia storia di qualche isola sperduta dell'Oceania che è piuttosto curiosa. Sei maschi indigeni, in questa isola di corallo e cenere, sapevano bene che sarebbero morti e nessuno sarebbe sopravvissuto. Così andarono a raccogliere castagne. Una castagna si appiccicò al pene di un uomo che si mise a piangere e cercò di liberarsene, ma era così attaccata che quando la tolse si strappò anche i testicoli. Fu così che diventò una donna. E da lì l'isola si popolò e loro non si estinsero.
Ci vorrebbe una castagna che si attacchi a queste catene e ci tolga l'oppressione.
E poter assaporare un po' di pura libertà.
Troppo facile non credi? Ma tu intanto tieni questa."

Così il vecchio nonno dagli spessi occhiali tirò fuori dalla tasca della sua giacca una castagna e la consegnò al ragazzo. "Non sprecarla"

Funamboli

giovedì, aprile 05, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:06


"Ci sono gli attori. E ci sono i funamboli.
Ci sono due specie di persone.
Ci sono quelli che vivono,giocano e muoiono.
E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita.
Ci sono gli attori.
E ci sono i funamboli."

Quotidianità costruita su matasse di fili, così i funamboli della terra camminano sull'aria della terra. Una casa, un reddito, una famiglia, un rapporto: buche da sorpassare sopra un filo che si tende e si abbassa, a volte sparisce. Acrobati a ritmo di pianoforte, come l'affondare di un dito su un tasto e il colmare del cielo in nuvole. Passo dopo passo, allargate le braccia e fare un passo e uno ancora con un piede che insegue l'altro senza fermarsi mai.
Quanti suicidi in pensioni non rilasciate e cumuli di denaro usati come cartine da banche spietate. E dal filo ci si lascia cadere, guardando nella caduta le stelle rimaste lassù e a cui si cerca di dare una spiegazione del proprio gesto.
E dal filo cominciano a farti saltare una siepe e poi un muro che nasconde il limite di uno strapiombo e quanta paura nascosta in luoghi di incertezze. Qualcuno si ferma e si accuccia tremolante, rinchiuso su se stesso come un cane senza casa e senza casa attaccato saldo con le mani al filo aspettando che finisca la pioggia.
Una colonna di fumo e un campo di battaglia. Gladiatori funamboli e chi si ferma è perduto. Così il dado è tratto.
Uno, due, tre, quattro, conto i passi dei miei piedi stanchi, così incattivito, così annoiato da esser stufo di questo paesaggio. Quanta destrezza nella voglia di cambiamento, ma che sia lento districato tra il rumore del vento e immerso da un convento fatta di famiglia, studio e intento. Il mio studio, la mia ragazza, il mio voler camminare su questo filo e di passi ne ho fatti duecento. Tutto a misura di noi stessi, reinventandosi con uno stato di facebook e di carta igienica usata nei cessi. E siam così bravi e così complici da esser indivisibili e invisibili ai nostri occhi, dolci balle di fieno che rotolano rotolano e accumulano accumulano. Dobbiam accumulare. Che sian soldi o sian rabbia poco conta. L'importante è rotolar e accumular.
Quanto poco rispetto nei miei confronti, tanto da prendere le forbici e tagliare.
Fi/lo via.
Cado.

Qualcosa di insensatissimo con troppo senso, ma di cui non si capirà nulla

giovedì, marzo 29, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:47


E' quasi pietoso l'andare di questi piccoli esseri. Così figli di una stessa consueta metodica, così scapestrati da farsene una propria, unica ed indivisibile. Li guardo stranito, non li capisco. E il punto di vista, quello mio, non è che sia mio. O è meglio è mio, con gli occhi di qualcun altro. M'innaffio di pensiero, ti bagno. Ora lui ti pulisce. Tutto è bagnato, un lago. I funzionari dello stato passano e asciugano tutto. Ci lustriamo, io mi faccio bello davanti lo specchio. Tu sei più bella. Eppure se mi strofino di più magari esco meglio. Mi si è bucata la faccia. Ride e lui ci infila un bel ditone dentro. Cazzo è profondo! Prendi una torcia urlano da dentro! Uno passa con la bava alla bocca. guarda il buco e sbava. Caramelle. Sì, proprio dolcetti da un buco. Io non le vedo. Io sì. Io no. Io sì. Tu hai gli occhiali. Ti ho visto, ma non ti conosco. Ti ho visto, ma non ti conosco. Sei lì, ma non ti conosco. Sì lo so che ci sei, non devi alzare la mano tranquillo. Un altro passava e aveva una foto in mano di un altro ancora. Quest'ultimo gli comparve davanti. Allora cominciò a guardare freneticamente la foto e lui. la foto e lui. la foto e lui. Si cominciò a grattare la testa. Forfora! Forfora! Dubbi e incertezze. Si gonfiò una testa grande e gonfia. Qui so tutto io! Fame, sete. Cacca. Ti piacerebbe. Scale, gradini, vertigini. Soldi. Opportunità. Ahià. Son caduto. Non spingere. Ma io non ho spinto nessuno, faccio solo un gradino e mi siedo. Figure e curve di una bocca. Verso giù o verso su. Su e giù. Un ascensore. Io ho una valigia e la mia cravatta, guardaci dentro. Apre. Vomita nella valigia. Ma perchè, guarda bene! Rivomita. Lasciamo stare. Così torna a correre. Corri corri corri! E' sempre tardi! Mi sono perso. Sigaretta in bocca, mani in tasca. Ah, il solito fancazzista. Perso, e chi non lo è?

Batteva sul vetro, là dentro si mossero tutti impauriti. "Bah, che strani esseri".

Nel lago

lunedì, dicembre 12, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:02


"Lasciatemi stare qui in questa pozza d'acqua, con gli occhi chiusi e la faccia rivolta verso l'alto, mentre a galla io faccio il morto."
C'era quest'uomo o ragazzo che aveva deciso di rimanere morto a galla nel piccolo lago del villaggio degli abitanti che non sapevano nuotare. Il nome del villaggio non è affatto casuale, dato che in quel villaggio fatto di contadini e qualche fabbro nessuno ha mai avuto la necessità di dover imparare a nuotare. Così i viandanti di passaggio avevano chiamato quel luogo non segnato sulle mappe in quel modo curioso. Quel ragazzo se ne stava così, era arrivato a un certo punto della sua vita nel quale aveva deciso che doveva starsene lì lontano da quel villaggio e dalle persone alle quali era legato.
Posato sulla fine superficie, ad un tratto fu sopra un manto d'erba fresca di quella primaverile che puoi avvertire il profumo o starnutire dall'allergia. Mentre il verde dell'erba era chiaro e vivo, il cielo rispondeva alla chiamata con una notte luminosa dove una grande luna bagnava il ragazzo con la sua luce. I pensieri della vita si facevano vuoti di senso e libravano nell'aria dentro bolle di sapone esplodendo in arcobaleni di immaginazione. Tutto l'ambiente vibrava emettendo energia calda e tenue ad ogni lento battito del suo cuore.

Dal villaggio la gente cominciò a sparlare del ragazzo sottovoce, come di un incredibile evento ma che non dovesse per questo deturpare la tranquillità del posto. Tutto doveva rimanere come era, nessuno poteva visitare quel ragazzo e anche se qualcuno avesse voluto era pur sempre il villaggio degli abitanti che non sapevano nuotare.

C'era una bambina che andava in giro sempre con i suoi colori e amava imparare ad annodare le corde dei propri animali per portarle in giro ai pascoli. Una sera ascoltò una conversazione dei propri genitori riguardo il ragazzo del lago, lei presa dalla curiosità non si negò la volontà di andarlo ad osservare.
La piccola bimba andò alle sponde del lago e dietro un cespuglio cercò di sbirciare il ragazzo che se ne stava lì a galleggiare. Rimase lì cercando di ascoltare qualcosa, quando a un certo punto venne presa di forza alle spalle e portata via. Era suo padre che la rimproverava severamente ricordandole le regole del villaggio alle quali doveva obbedire e che le era imposto di non avvicinarsi per qualunque motivo al lago. Lei pianse.
Ma ogni tre sere andava di nascosto al lago.
Chissà se imparò a nuotare.

L'erba continuava a crescere tutto intorno.
Volete sapere se il ragazzo esce dal lago?
Beh, dipende dalla bambina.

Il Muro

venerdì, ottobre 21, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 12:05

Nero.
Vuoto e Nero.

Si sentivano dei passi che arrivavano ritmicamente come gocce nel silenzio, decisi quanto lo sbattere delle dure suola delle scarpe contro il pavimento. Un faro si accese ed illuminò quella figura che continuava ad avanzare imperterrito.
Era un uomo a torso nudo che portava con se una grossa mazza. I muscoli erano tesi, si potevano vedere chiaramente le vene gonfie e il peso della mazza posata su una spalla. Lui andava avanti con lo stesso ritmo, senza accelerare nè rallentare. L'ultimo passo fu più corto e di colpo si fermò. Con entrambe le mani prese la mazza e la poggiò a terra con un greve tonfo.

Un altro faro improvvisamente illuminò davanti a lui e comparve dall'oscurità un muro. Un muro fragile quanto spesso, mattoni che incastrati l'uno con l'altro si erano imposti di fronte a lui.

Si fermò a guardarlo per un po di secondi.
Lentamente spostò i capelli con una mano.

I muscoli si fecero ancora più tesi, i denti morsero le labbra e le ruvide mani strinsero saldamente il manico della mazza. Tutta la forza di quell'uomo ora si scagliava contro quel muro, il primo colpo andò a segno senza timore. Il rumore dell'impatto fece tremare tutto intorno. Subito dopo aver preso un respiro e partì un'altra mazzata verso il muro e così continuamente, violentemente senza sosta. Il sudore scendeva dalla fronte giù su tutto il corpo di quell'uomo che scagliava tutta la sua tenacia verso quel muro.Tutto era scandito dal fiato pesante e dal rumore del ferro contro i mattoni.

Sbam.
A un certo punto fece breccia nel muro inerme. E da quel primo foro veniva della tenue luce solare, viva a differenza di quella dei fari.
Egli posò per un attimo la mazza e ci si poggiò sopra per riprendere fiato. Poi avvicinando la faccia contro quel buco, scrutò in silenzio quello che c'era al di là di quel mucchio di mattoni. Da quel viso teso dallo sforzo ne nacque un tenero e sereno sorriso.

Si asciugò il sudore della fronte con l'avambraccio e ricominciò a picchiare più forte di prima.
Sbam.Sbam.
Sbam..

E' ora

martedì, ottobre 05, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 03:32

SBAM.
La porta si chiuse con violenza.

Ero scombussolato, confuso e per non so qual motivo ero seduto su una sedia. La testa mi doleva, la mia mente era chiusa in un labirinto di una prigione instabile: in pochi secondi scorrevano infinità di immagini così velocemente che era impossibile riconoscerle. Cominciai a scuotermi seduto in quella sedia finché non caddi sdraiato su un fianco. Il mio respiro era affaticato e aprivo bene la bocca per recuperare tutto l’ossigeno che in quel momento mi era mancato, mentre il mio cuore batteva la testa su e giù per la gola. Piano piano ritrovai i sensi, avevo le mani legate e da terra cominciai a guardarmi attorno: totalmente bianco, una luce doveva provenire da una grande finestra. Quel pavimento, quelle pareti sembravano così dannatamente bianche che sembravano non avere profondità.

-Sto impazzendo- dissi tra me e me.
-Non stai impazzendo- In quel momento sentii una voce femminile e feci uno scatto appoggiandomi con la schiena sulla parete più vicina.

Mi girai verso l’angolo sulla mia destra guardando dal basso e vidi i suoi piedi. Era scalza, i suoi piccoli piedi erano lasciati lì a terra, mentre sembravano nascondersi come se si vergognassero. In quel momento il mio corpo come preso da vita propria era diventato indipendente. I muscoli erano tesi, le vene si gonfiavano, il sudore freddo scorreva dalle tempie fino a cadere a terra dal mento e il cuore pulsava su qualunque parte del corpo. Non capivo niente, la mia lucidità si stava facendo a pezzi. Mi feci coraggio e mi morsi il labbro, così forte che cominciai ad assaggiare il mio stesso sangue.

Piano e senza fretta osai alzare poco a poco lo sguardo. Lei era seduta su una sedia a ginocchia unite, aveva una posizione statica e vidi l’orlo del suo vestito di blu spento, quasi grigio direi. Sopra le gambe vidi le sue mani, anche quelle fermissime ed erano poste una sopra l’altra che tenevano strette delle chiavi: dedotti che erano per le mie manette.
Volevo dirle qualcosa in quel momento, ma ero come paralizzato. I suoni non facevano parte di quel mondo. Così, come destinato alla fine, presi un respiro profondo e alzai ancora un poco lo sguardo fino a riuscire a vedere il suo corpo esile e leggero. Vedevo che sulle sue spalle cadevano lunghi capelli scuri, quindi il suo collo e poi la sua bocca.

L’espressione della sua bocca era indescrivibile.
Sorrideva, ma non sorrideva. Ti raggelava il sangue, ti pietrificava completamente. Era un sorriso dolce, ma crudele e spietato. La sola vista ti feriva del tutto. Le mie stesse viscera si stavano annodando in un passivo rifiuto di quella presenza.

Tutto ciò era talmente paradossale che non potevo più credere a tutta quell’assurdità, quando sentii nella mia testa la sua voce dirmi -E’ ora.-
Il suo sorriso accentuò l’espressività, la sua sfida e la sua crudele dolcezza.
Io deglutii.
La guardai negli occhi.

Chiedo Troppo?

domenica, settembre 12, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 13:47
Prendere un secondo e sapere quante persone nascono, quante persone vivono e quante persone muoiono. Davanti al paradosso che è la vita, gli esseri umani si mostrano semplici ed elementari.  Così inconsci della nascita, così attaccati alla vita, così impauriti dalla morte. Anche quel giorno riecheggiavano i pianti di piccole creature che venivano al mondo, un altro essere umano aveva compiuto il primo passo verso la vita. Così in quello scenario che è il mondo, nuove vite, nuove memorie tracciavano il proprio passaggio e i percorsi si scontrano, si dividono, più lentamente, più velocemente, parallelamente, in senso contrario. Eric tracciava la sua. Dentro quella città dominava il caos e il traffico. Persone che andavano e venivano. Lì il movimento non si placava mai, un’eterna corsa. Sembrava l’incessante inseguimento di qualcosa, come un cane che gira attorno a se stesso tentando di prendere le propria coda. Lui stava seduto su una panchina, intento a guardare con aria indifferente, il contorto scenario Picassiano che si intricava davanti ai suoi occhi. Lui ,espressione perplessa e alienata, non faceva parte di quel quadro. Passò il suo sguardo da terra verso il grigio cielo della città. Poi lo riabbassò, aggrottò la fronte e suoi occhi scuri come la notte diventarono malinconici e consapevoli. – E’ davvero questo il mio mondo?- si chiese sospirando come davanti alla scoperta di una realtà che non voleva accettare. Tra i veloci piedi dei passanti, le luci dei semafori che ritmicamente alternavano i loro colori e le mani nervose degli automobilisti sul volante, Eric aveva gettato la sigaretta che nel frattempo il vento aveva consumato lentamente. Appoggiata la schiena sulla panchina, mise le mani in tasca e rimase lì tra i suoi pensieri che si concludevano quasi sempre con un punto interrogativo. Quella società lo avvinghiava, lo soffocava. Egli voleva spezzare quelle corde che lo imbrigliavano e fuggire da tutto ciò ed essere come quella farfalla che librando nell’aria nel suo candido volo spezzato poteva guardare dall’alto il paesaggio. Proprio cosi, voleva andare in alto, e cosi come una farfalla vedere il panorama del mondo, ammirarlo liberamente. Così Eric partì, non aveva un itinerario preciso, voleva solamente esplorare luoghi, conoscere persone, guardare la vita e comprenderla un po’ di più; da questa esperienza capire meglio se stesso e ciò che voleva realmente. Il ragazzo aveva eliminato inizialmente le grandi città o posti che avrebbero potuto ricordare la società alla quale si sentiva poco legato, per cercare fortuna in un’isola indonesiana nel pacifico. L’esperienza vissuta lì lo segnò. Una piccola goccia di rugiada scivolava dolcemente sulla delicata superficie di una foglia. Cadde verso il basso posandosi sulla sconfinata distesa della stesso colore della speranza. Le oscure nubi della stagione delle piogge finalmente erano state spazzate via dal liberatorio soffiare del vento. Ora il sole dominava quel luogo incantevole, attento contemplatore del paesaggio che si mostrava come un giocoso bambino davanti alle dolce carezze dei suoi raggi. In quel luogo incontaminato Eric aveva assistito alla semplice vita degli allegri abitanti, i quali davanti alla fame e alla povertà sembravano andare avanti imperterriti come incantati dalle piccole cose che la vita poteva loro offrire. Ma ciò che più colpì Eric fu la presenza dei bambini: il loro correre verso dei sogni, le loro voci spensierate che si perdevano tra il cantare degli uccelli. Sogni, sogni.. ma sapevano cosa erano i sogni? Eric aveva visto quei piccoli bambini che sorridevano, ma sapeva che non sorridevano per un giocattolo nuovo, o per un regalo portato da un papà. Sorridevano alla Vita. In quei luoghi non c’erano macchine, vestiti o personaggi famosi, ma solamente uomini vestiti di toppe e buchi che cercavano di scampare al fantasma della fame. Là i sogni potevano esistere? Eric aveva visto. Aveva visto piccole mani sporche dover portare pesanti secchi di acqua ,perché l'acqua a casa non c'era. Aveva visto piccole mani sporche prendere una matita colorata e stringerla come il tesoro più grande. Aveva visto piccole mani portare gli animali. Aveva visto piccole mani sporche tenere con curiosità un libro. Aveva visto piccole mani sporche cucinare, pulire, lavorare. Aveva visto piccole mani sporche sudare come quelle dei grandi. Aveva visto piccole mani sporche tenere le sue. Ma soprattutto, aveva visto grandi occhi che gli chiedevano com'era il mondo. Ma come poteva spiegare com'era il mondo? Il suo era poteva essere chiamato davvero così? Il mondo dove tutto è scontato. Il mondo delle mille possibilità. Il mondo dove una matita è solo una matita. Il mondo che guarda dall'alto in basso chi porta le toppe. Il mondo che tra le sue luci si ritiene superiore, avanzato. Che razza di mondo è? Anche lì Eric aveva visto, aveva guardato. Aveva visto mani pulite sprecare acqua. Aveva visto mani pulite gettare annoiate una matita. Aveva visto mani pulite inquinare. Aveva visto mani pulite rubare. Aveva visto mani pulite uccidere. Aveva visto mani pulite superbe. Aveva visto occhi spenti e tristi. Avevano tutto, ma sprecavano tutto. Avevano tutto, ma in realtà non avevano niente. Ecco perché il giovane decise di partire quel giorno e avere, poi, la certezza che il suo mondo non gli appartenesse. Inoltre comprese una cosa molto importante: gli esseri umani potevano apparire così uguali alla nascita, ma così diversi potevano mostrarsi alla vita. Un giorno Eric vide due bambini, all’apparenza fratelli che si tenevano per mano. Lui sorrise e sfiorando i loro sguardi gioiosi per un attimo sognò ad occhi aperti e vide il luogo in cui si sentiva destinato: la povertà che aveva visto non esisteva e lì, teneva strette altre mani che non erano pulite o sporche. Erano nelle loro sfumature tutte uguali. Da quel momento Eric riprese il suo viaggio, doveva vedere di più. Nel tempo che trascorse viaggiando scoprì situazioni non molto differenti, se non peggiori, dall’isola indonesiana. E con queste scoprì anche qualcosa a cui Eric voleva riflettere seriamente: c'è tanta ingiustizia.  La trovò negli occhi di un vecchio malato, di un bambino che piangeva, in quelli di un operaio sfruttato e negli occhi di una madre malinconica. Ingiustizia. L'ingiustizia che avvolge il mondo dalla quale secondo lui è facile coprirsi gli occhi e vivere o ancora peggio aprire gli occhi e rimanere indifferenti. Povertà, guerre, calamità e distruzione Eric li aveva visti da vicino, ma gli bastava accendere il televisore per poter vedere l’oscenità di questo mondo. Ma il più grande stupore per il ragazzo fu comprendere che a chi non toccava queste sorti, la vita per loro scorreva serenamente e tutto ciò finché non avvertivano il dolore attorno, non vivevano guerre, non vedevano la paura e la rassegnazione. Eppure si chiedeva se non sapessero che la Terra è il pianeta nella quale la vita ha preso luogo e l’uomo vive e, quindi, dove tutti gli uomini sono abitanti di essa. C’è chi come tanti ha una casa, un lavoro, un famiglia, magari anche dei bambini, tuttavia molti altri, che abitano questo bel pianeta blu, una casa, un lavoro o perlomeno cibo e acqua non la posseggono. Eric allora si guardò le mani. “Perché? Il loro sorriso e' il mio. Il loro cuore è come il mio. Le loro lacrime sono come le mie. Ma la loro vita non è come la mia. Perché?  Io mangio. Io bevo. Io vivo. Loro non mangiano. Loro non bevono. Loro non Vivono. E’ così folle e sciocco voler cambiare le cose e desiderare quell'uguaglianza che dovrebbe essere presente nel mondo? Quando il dolore è vicino e lo si avverte, si sa agire e si vuole curare. Ma è difficile comprendere che il dolore di un bambino, di una madre, di un anziano, di un adulto è presente ogni giorno, ogni ora, ogni minuto? C’è chi beatamente dorme, sogna, desidera. Ma con che coraggio dorme sapendo che ce un bambino del terzo mondo bisogna spiegare che cosa sia un sogno?” Eric si sentì profondamente cambiato, strinse la mano in un pugno. “Voglio cambiare il mondo. Voglio quell'uguaglianza, quella giustizia e quei diritti che devono godere tutti gli uomini. Voglio un mondo dove lui non è diverso da me, anche perché spesso si dimentica che si nasce uguali comunque. Voglio un mondo dove guardare in alto e poter dire con certezza che viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Chiedo troppo?”

Dialogo di un viaggiatore e un passante

venerdì, maggio 14, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:11


Gocce di pioggia.

Il viaggiatore si era inspiegabilmente fermato, aveva trovato un piccolo riparo sotto un cornicione, e lì interrotto il suo viaggio. Immobile osservava quelle spietate molecole d’acqua che picchiavano incessantemente il suolo, penetrandolo. Nelle sue avventure aveva già affrontato bufere e tempeste, ma stavolta si era fermato. Aprì il palmo della mano, sentì una goccia. Era fredda. Gelida.
Abbassò la testa, era confuso. Disperato.
Le persone intanto correvano avanti e indietro per sfuggire anche loro dalla pioggia, figure spente sparivano dentro case ed edifici senza lasciar traccia del loro passaggio. Così era rimasta la strada. E la pioggia.
Mentre appariva tutto cosi vuoto, il viaggiatore notò uno strano personaggio che camminava lento, ma sicuro sotto quella pioggia. Sembrava che per lui la pioggia non ci fosse, andava dritto per la sua strada. Il passante voltò lo sguardo verso di lui, in quell’attimo successe. Il loro sguardo si era incrociato.
Quella figura si fermò e con stesso passo si eresse davanti a lui.
L’immagine tanto forte e imponente di tale creatura, si rivelò il dolce sguardo di una giovane fanciulla. Lei lo guardò negli occhi e gli mostrò un candido sorriso.
Come se parlasse sussurrando, disse: “E’ una bella giornata oggi, non crede?”
Il viaggiatore impreparato a tale domanda, quasi balbettando rispose: “ehm.. ma… piove.. mm.. non vede?”
La ragazza come guardandolo con comprensione continuava a sorridere con lo sguardo: “ Si, lo vedo. E allora?”
Sospirò per un momento e poi rispose.
“Allora non è un bel tempo..”
“E’ un brutto tempo? Forse perché lei vuole vedere brutto tempo, ma mi dica.. Lei cosa fa nella vita?”
“Viaggio. Osservo il mondo. Lo contemplo.”
“E perché se ne sta fermo?”
“Ho le scarpe pesanti.. Mi sento stanco. Ora mi sembra tutto cosi brutto..”
“Ti sembra, ma non deve essere necessariamente così. Apri bene gli occhi guarda bene.” Indicò il cielo. “Cosa vedi?”
Egli alzò lo sguardo cercando di vedere qualcosa. “Vedo soltanto nuvole. Nuvole scure.”
“Ne sei certo? Sono quelle nuvole che ti impediscono il cammino? Che ti prendono tutta la tua energia?”
Il viaggiatore riabbassò lo sguardo “No, non credo.. non lo so..”
La fanciulla allora, accarezzò il suo viso e gli fece riosservare il cielo. “Ma non vedi che il cielo in cui viaggi è sempre lo stesso ? Non vedi le straordinarie cose che ti accadono ogni giorno. Questa fredda e gelida pioggia disseterà piante, animali.. sarà vita. E te che non vuoi più viaggiare, non ripensi alle incredibili cose che ti sono successe, che non avresti mai pensato sarebbero accadute? Non fermarti, vivi. Ci sono tante emozioni, momenti che dovrai tenere stretto, per viverne altri e altri ancora.”
E cosi apparve. Il sole. Luce.
“Ora ti chiederai se ne vale la pena. Si ne vale la pena. Avrai visto distese verdi e isole, non è stato meraviglioso? Non te ne accorgi allora, delle cose stupende che ti accadono? Hai ancora mari e montagne da raggiungere, guardare e raccontare, trasmettere agli altri. Non fermarti. Prendi ciò che ti serve e vai per la tua strada. E non far piangere il tuo cuore la fuori. Fallo ridere di tutte le cose che ha fatto tesoro, sta facendo tesoro e farà tesoro. Immensamente Preziosi… Come Polvere di stelle.”
Il viaggiatore ebbe un sussulto. La luce del sole lo accecò. Vide i suoi viaggi. I suoi prati. Le sue isole. Stropicciò gli occhi. La fanciulla si era dissolta come neve al sole.
Era il momento di alzarsi e avvicinarsi a quello che poteva farlo sorridere.
Lui…
Viaggiava.

Polvere di stelle

lunedì, aprile 26, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:56

“Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c'è..”

L’ennesima colonna sonora della sua vita scorreva in quella fredda serata. Era sdraiato. Osservava il cielo. L’erba tanto verdeggiante di giorno, ora giocava a nascondino nell’oscurità, in attesa che il sole la venisse a trovare la mattina successiva. Anche lui giocava. Zaino sotto la testa, Coelho, Pirandello, Hosseini e Euripide erano stati levati del loro incarico per diventare improvvisati cuscini. La scura grandezza degli alberi contemplava un paesaggio silenzioso, mentre le lontane luci delle strade erano impegnate a mostrare un mondo rumoroso. Il suo cuore aveva battuto forte, rallentava, accelerava, si arrestava, viveva. Il suo corpo era un’autostrada dove innumerevoli emozioni passavano di li, tracciando un segno del loro passaggio. In quel momento si era fermato ad osservare le colorate tracce di quei sentimenti, di quei ricordi: nella sua mente era accucciato sul bordo della strada, ed osservava due mari, luci lontane, melodie stonate, farfalle colorate, leggeri passi ed ad un tratto anche il volo contrario di un colibrì.

Gli venne in mente allora una storia.

Durante un incendio
nella foresta, mentre tutti
gli animali fuggivano,
un colibri' volava in senso
contrario con una goccia
d'acqua nel becco.
"Cosa credi di fare?"
gli chiese il leone.
"Vado a spegnere
l'incendio!" rispose
il piccolo volatile.
"con una goccia d'acqua?"
disse il leone con
un sogghigno di irrisione.
Ed il colibri',
proseguendo il volo,
rispose:"Io faccio
la mia parte!"

“Che animale meraviglioso il colibrì..” disse a se stesso. In quel momento vibrò la voce di de Andrè..

“e il cuore impazzì e ora no, non ricordo da quale orizzonte sfumasse la luce”.

Si, il cielo era sfumato di un blu scuro profondo, un mare nel quale cominciavano a naufragare piccole lucciole luminose, le quali accompagnavano la pensosa luna che osservava le anime degli uomini dall’alto. Essa osservava anche lui. Nascosto tra la frizzante aria che penetrava la pelle, lui se ne stava a guardare il cielo, lo specchio di una vita fatta di luce e oscurità. Quelle luci tanto lontane, tanto alte, tanto faticose da raggiungere. Significavano sudore, significavano dolori, significavano ferite. Ma ne valevano davvero la pena? Eccome se ne valevano la pena.

“Complici e simili da credere alle favole..Coi nostri sogni in gola questa notte sembra fatta per noi…”

Alzò il volume della musica. Ma poi spense l’mp3.
Tra il dolce silenzio che ora lo accompagnava, sentiva riecheggiare l’eco delle melodie vibrare e sussurrare nell’aria. Lui era ancora lì a contemplare il soffitto di tutti gli uomini. Alzò le braccia, le allungava cercando di prendere gli astri nel cielo.
Cosa c’era di più semplice tra le cose belle che stringere a sé le stelle…

Battiti di cuore

sabato, marzo 06, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 04:26

Battito di cuore vivo primordiale
Battito di cuore ritmo naturale..
Scorre lentamente, cosi, Cisco in quella calda notte d’estate. Una notte come un’altra all’apparenza, ma come ogni notte non tornerà mai. La notte non è una canzone in loop: è una singola, ma lunga melodia.

E così scivolando tra i battiti, pensavo, rileggevo, scrivevo. E dolce m'era il naufragar in quel mar.
Mar di sensazioni e parole.

"La notte è portatrice di pensieri, di sogni e di incubi severi. La penna è il mio strumento, la suono e l’accordo, non saprò suonare una chitarra, ma il mio scuro inchiostro se la canta. Il canto appartiene solitamente alle più belle fanciulle e le stelle mi osservano incuriosite come alla vista di un pazzo con gli occhi chiusi, poiché affermavo di vedere una delle mie gioie più vere. “Sei un povero stolto” mi dicono “chi vuoi vedere, se solo il buio puoi scrutare?” Risposi “ Oh care stelle, potrei essere anche stolto, ma ascoltate la melodia della mia penna e poi provate a darmi torto. Così chiusi gli occhi.

Eccoti, la vedo. Lei. La fermo e alla sua vista qualcosa dentro di me si apre, si irrigidisce, freme e la mia faccia si veste del solito ebete sorriso. Chiudo gli occhi per avere davanti lei. lei. Sfioro i suoi capelli, li faccio passare tra le dita.. più volte.. giocherellando con quella vivace treccina che mi indica il suo viso. Il suo viso.. lo guardo, scivolando con la mano sulla guancia e sulle sensazioni della pelle fino a fermarmi sul suo sguardo fugace e testardo, anche un po’ ribelle, ma cosi intenso da dover ammettere che spesso mi ci son perso. Con un dito assaggio le labbra, labbra di brividi intensi e parole pesanti. Labbra di una bocca che s’incurva un po’ trasformandosi in quel particolare e splendido sorriso che non può fare a meno di rallegrare anche me. Però lei non finisce qui. Lei è emozionata, arrabbiata, felice, triste. Lei ama. Lei odia. Lei lotta tra le sue paure e le sue incertezze. Lei è un’amica. Lei è fuoco. Lei è pioggia. Lei è vento. Lei è imprendibile. Lei.

E non ci sono né domande né perché.
Lei accelera i battiti del mio cuore.
Lei è amata. E’ amata da Me.
Quando la mia penna si fermò, riaprii gli occhi e le stelle diedero il loro giudizio. “ Non solo sei stolto, ma anche innamorato” Io sorrisi, compiaciuto.

Richiusi lo sguardo. Tu stavi sempre li."


"The triangle tingles and the trumpet plays slow" ♪

Inerzia

martedì, gennaio 12, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 14:41

Era una frizzante giornata d'inverno e la luce del sole entrava fastosa all'interno della stanza. L'impolverata libreria, il perplesso quadro, il caotico comodino, il letto disfatto, e la stessa meditante scrivania in cui era seduto il ragazzo, erano vivi di quella luminosità. Quel cupo personaggio alzò la mano facendo sfilare tra le dita quel fascio lucente, proiettando il suo movimento sul ruvido parquet marrone come la corteccia di un albero secolare. Il lento sbattere delle palpebre spezzava lo sguardo che contemplava lo scenario esterno. Il vento vagava attraverso i rami spogli degli alberi addormentati dalla lenta ninna nanna dell'inverno.
L'immobilità regnava incontrastata.
Le fredde acque discendevano il letto del fiume che avrebbero percorso senza farvi più ritorno. Raggiungeranno il mare.
Le silenziose case aprivano timidamente gli occhi davanti al tiepido calore del sole. L'austero orologio appeso alla parete era il solo che faceva muovere ritmicamente le spietate lancette.
Due labbra si serravano, penetranti occhi spenti puntavano la vista su oggetti, fogli, parole, ricordi. La mano prese la penna stanca sul tavolo tracciando fioche linee sulla carta stropicciata. Appariva come un regolare movimento circolare di un'abitudinale azione.
Un cerchio che ha perso il suo centro.
All'improvviso la mano lasciò la penna facendola rotolare sulla scrivania.
Accese una sigaretta. Aspettava la primavera.

Con gli occhi di un immigrato

lunedì, gennaio 11, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 04:50



Incredulo sono venuto qui per vivere e magari trovare qualcosa da mangiare, il diavolo della fame bussa forte sulla porta infernale del mio stomaco. E così presi le mie due cose e m'imbarcai con pochi documenti, speranze tante. E come aggrappato ad un burrone, arrivai al "belpaese". L'Italia.

"Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca."

Quanta vita doveva arrivare, quanta vita mi aspettavo. L'Italia era per me un paese di civiltà moderna, di lunghe strade, di scienza, di artisti e di infiniti orizzonti. Un mondo di possibilità tutte da cogliere ed ero pronto ad affrontare tutto per guadagnarmi quello che per me tanto desideravo.

Mi sbagliavo.

Quanta morte doveva arrivare, quanta morte mi aspettava. Arrivato, la mia immaginazione venne uccisa all'istante, quello che mi parve davanti era un luogo dimenticato da Dio. La prima notte dovetti dormire al gelo addosso a una serranda di un negozio, e la mattina seguente non ci volle una sveglia per farmi alzare, ma il proprietario con il viso rosso, che anche se urlava parole incomprensibili per me, gli bastò darmi due calci per farmi scattare come un cane bastonato. E così, dannato quel giorno, arrivai in quel luogo infernale. Appena sceso lì, notai subito che c'erano tanti miei fratelli della stessa pelle e fui sul momento felice, perchè ci stavano dando un lavoro, misero, ma diamine era un lavoro! Ma anche allora, non capii che quel giorno mi misero una palla al piede.

"Uomini cui pietà non convien sempre
male accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine."

Mi dissero che mi stavano dando anche un alloggio, che bellezza! Addio fredde notti al gelo, addio bastonate da padroni imbufaliti, addio vagabondaggio! Ma alla vista della mia nuova dimora, impallidii. Una fabbrica a cielo aperto, fuochi accesi un pò ovunque e miriadi di animali vestite da persone che si facevano spazio tra gli angoli di quell'inferno in terra. Ecco la casa che mi avrebbe ospitato, eccomi il nuovo animale ero io.

Stavano morendo, i miei sogni sanguinavano di ferita mortale. E con loro, io.

Tuttavia, lavorai. Ore e ore per i campi, davo tutto me stesso: anche li credevo, credevo che il mio sforzo sarebbe stato ripagato e i  miei compagni mi davano dello stolto, senza che io capissi. Sudore e fatica. Sacrificio e sangue. E la sera, i miei vicini di cuccia mi dissero di non uscire la notte, perchè c'erano bande di ragazzini bianchi armate di spranghe, pronte a colpire il povero immigrato di colore che si sarebbe avventurato dopo le sette di sera.

Niente mi logorò come il vivere lì. E vivere è una parola troppo grossa per chi cerca di sopravvivere ogni giorno.
Ridurmi in questo stato era la loro proclamata libertà? Ma non ci sono diritti, leggi e uguaglianza? E' questa la libertà di un uomo che ha lo stesso sangue di un italiano?
Volata via, insieme al vento volata via.

"Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola. "

E così i miei sogni morirono. E morii anche io, strisciando morii. Non è vita questa, non lo è.
Sono morto da vivo.

"Uomini, poiché all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce."

Ma io ero venuto a cercare la vita. Il nostro silenzio, la nostra passiva obbiedienza al nostro giornaliero omicidio doveva finire. La rabbia cresceva tra di noi, quanta sofferenza dovevamo ancora patire. Basta.  Basta allo sfruttamento, basta all'odio, basta al razzismo. BASTA! Dentro di me saliva un fuoco nuovo, un fuoco di quella voglia di vivere che non poteva sparire così, il fuoco dei miei sogni uccisi, il fuoco della mia libertà! Sentimmo, allora, la necessità di fare qualcosa, di farci sentire, di farci sentire come persone e uomini uguali a tutti gli altri.

Cosa facciamo?
Alziamo il Pugno.

Ed eccoci, vermi striscianti che hanno deciso di rimettersi in piedi. Eravamo bestie, ora ci stavamo rialzando da uomini. Allora urliamo per le strade, urlate fratelli! Urlate all'Italia e al mondo cosa significa sopportare tutto questo. Urliamo insieme cosa significano rispetto, diritti e libertà! Così marciammo sulle strade, una nuova forza in noi ci spingeva e sapevamo che agivamo per il Bene. E volevamo risposte, certezze e un futuro.  Ma d'un tratto sentimmo sirene, manette, manganelli e spari. Caos e fumo. Lacrime e altro sangue. Non sono queste le risposte che vogliamo, ci vogliono fermare con nuova repressione, nuovo odio. E' sbagliato! E' sbagliato! E' Sbagliato!
E allora mi guardai attorno: vidi le barricate davanti a noi e vidi gli occhi dei compagni attorno a me.
Piangevo. Ma non chinai il capo, tenevo lo sguardo alto.

Loro sono il silenzio e ce lo impogno. Noi allora.. Alziamo il Pugno.



(Citazioni: Corale (leggenda del re infelice), Fabrizio De Andrè)