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L'altalena

lunedì, gennaio 30, 2017 - Pubblicato da Dan Angelo alle 20:40


Non so.
Mi sento sempre smarrito in qualche modo mentre le cose scorrono accanto a me. L'autobus di una vita fa le sue fermate, mentre io poggio il mio gomito sulla finestra a guardare i fiocchi di un inverno che se ne va, ma che nonostante tutto tornerà.
Sarà passato anche per di qui il tenue tonante tremolare del vento che attraversa le spesse foglie lontane. Foglie talmente verdi, che sfuggono come semafori che lasciano passare il sibilo sonante di parole fini, fino al nascondersi dell'orizzonte.
Anche le parole ogni tanto finiscono, alla terra rimangono, alla terra ritornano.
E anche le parole ogni tanto mancano, magari volutamente non dette e tenute, magari volute ascoltare come briciole in fondo a tasche mai svuotate.

Al girare dei calendari il cielo si illuminava, e mio nonno minutamente le spegneva.

Non ci sono storie di eroi, di cavalieri o trombe d'eccellenza. Certe storie son rimaste lì, e lì son rimaste le pagine di un libro vecchio di cui ho potuto toccare solo la copertina delle righe di una mano, come avvicinarsi e allontanarsi al calore di una fiamma di candela. Un soffio di fiato e anch'essa si è spenta.

Per tanti motivi e tante cose, forse non ho mai conosciuto davvero mio nonno. Dunque, un bimbo gioioso andava sopra un'altalena che si avvinghiava sui rami di quell'albero rugoso e forte. Quell'albero con gli occhiali e pochi polmoni era mio nonno. Quell'albero sapevo che era sempre lì a nascondersi dietro la sua corteccia, che poco narrava ma che tanto nascondeva. Vorrei esser stato abbastanza grande da salire sopra l'altalena e afferrarne i rami, ma molto spesso ero così piccolo che cadevo a terra e rimanevo a giocare con le formiche.

E così, ad un certo punto non era più il tempo dell'altalena. L'inverno si è portato via le tue foglie e di fretta e furia cerco anche io di mettermele in tasca, ma anch'esse rimangono briciole.
A guardare in fondo alle mie tasche, però mi regali questo pensiero.
In qualche modo di diventare albero anch'io e come te toccare il cielo.



Gerekli şeyler, cose necessarie

lunedì, maggio 06, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 20:36


La direzione del vento poteva essere la via per il quale sarebbe stato opportuno perdermi, ma il cuore rallenta e la testa cammina a forza di essere vento, così, dritto in direzione ostinata e contraria, mi avviai sulla mia cattiva strada alla ricerca di qualcosa da guardare e ammirare.
Bisogna vedere, bisogna dire, bisogna sentire, bisogna afferrare e prendere le cose per mano e concertarne il peso e la sostanza. Immaginare, penso che a me l'immaginazione non basti, senza alcuna offesa a ciò che per Leopardi potesse significare l'intangibile nascosto dietro a quella siepe. Procedere ed essere impreparati, essere maniacalmente intenti a scrutare cosa c'è dietro l'angolo.
IO mi sento di far così e non mi ha mai fatto pentire l'avvertire la vita come granuli di sabbia che scivolano sulla palle passandoci un mano sopra. Ho conosciuto, ho incidentato momenti che le lenzuola di un letto racchiudevano come la copertina di un libro.
E quando ho una buona mela la mordo, diavolo se la mordo, è più forte di me. Non credo che a furia di osservarla e attenderla questa si lasci sciogliere nei miei pensieri e va da se che la mordo di gusto, assaporandola e gondendo dei suoi dolci succhi.
Si, prendo la vita a morsi digerendone i colori come secchiate di malumori e benessere. Credo che sia per questo che quando il mio dentista mi visitò si sorprese di dovermi eliminare quelle evidenti undici carie che decoravano i miei denti, e forse fu ancora più sorpreso che dopo il settimo dente mi chiese:
"Guarda che possiamo rimandare, sei sicuro che vuoi continuare?"
"Ma sì, non c'è problema" risposi.
La sua espressione si chiedeva se avessi uno strano rapporto col dolore.
Io me ne torno dai miei giorni in questo modo, inforcando la bici troppo distratto a guardami intorno fino a che vedo una giovane mamma stringere al cuore la sua piccola creatura come se fosse la sua armatura a difesa dal mondo. Io sorrido quasi senza farci troppo caso, lei mi nota e sorride anche lei.
Allora va tutto bene.

Fogli di Febbraio

venerdì, febbraio 15, 2013 - Pubblicato da Dan Angelo alle 18:31


Troppi fogli bianchi. Come di consueto ultimamente non riesco a scrivere, avere voglia di condividere qualcosa ed esprimerle in parole, mettere le idee su inchiostro. Non ho idee: solo pensieri vaghi, tanti puntini sul foglio da poter ottenere una creatura mistica, ma il risultato è sempre qualcosa di informe che non dice niente, non convince. Essere interessanti, questo quello che ci vuol competere poiché si vuol scrivere sempre qualcosa di prezioso come per aggiungere uno scellino d'oro nella mia(vostra) sacca di monete e poter spendere come polline nell'aria in primavera. Ma non sempre succede e mi ritrovo in difficoltà come quella parola che si piazza sulla punta della lingua e che rimane là chiusa tra i denti muta e silenziosa senza poter esprimere il proprio concetto premettendo che ci sia. E' la routine di un giorno come un altro, di una biblioteca copiosa e di un esame non dato. Dannato tu sia bianco e nero della monotonicità, eterna mortalità dell'uomo che con le tue scale di grigio non ci fa distinguere un drappello rosso da quello nero, dunque è così che ci si ritrova ogni volta a disperder parola di noia, a parlar di noia e di quello che si vorrebbe fare: non è forse vero che si passa troppo tempo a discutere dei propri intenti e niente di quel tempo viene usato per poterli dipingere sulla tela della propria vita?

Ahimè come contadini ci spezziamo la schiena per coltivare il nostro raccolto di dubbia piantagione, una catastrofe giocare d'azzardo con la nostra sussistenza, le nostre soddisfazioni e i nostri motivi d'orgoglio. E' tutta una sorta di indebitamento mentale che abbiamo nei confronti di un determinato noi stessi, che a sua volta è condizionato dalle congiunture che si sovrappongono come spicchi di un'arancia per mantenere un'interezza adeguata per far si che si rimanga a galla come boe in un viscido mare di vita. E così dal tempo delle proposizioni si passa alle lamentele, e così ancora alla noia.
Ci piace così infondo, no?

E piano piano ci si accartoccia come un foglio di un tema che non ci piaceva e abbiamo cestinato come niente, accartocciati come la pelle della mia prozia, così accartocciata che era diventata un cristallo appoggiato sulla panchina di tutti i giorni, leggera come polvere appoggiata sulla mensola e nelle sue rughe passava il vento di ogni giorno inesorabilmente. Povera prozia, non un albero, ma un albero tornato ramoscello che si scuoteva lento ad ascoltare solo rumore di vento.
Oggi sono come lei un ramoscello: lento intento di una mano su una tastiera, privo di un'intenzione vera e di un'idea concreta. Che palle, penso.
Quante risate si sarebbe fatto Carlo V, così intenti noi a impare a memoria parole che narrano la sua storia quando lui alla nostra età saliva sul trono di un impero. Pff altro che dominus mundi.  Così non ho niente da regalare, né per me né con chi con me il piatto lo vuole condividere e nascosti dal freddo di un inverno ormai che sa di rancido,  in attesa (tanto per cambiare) di una più colorata primavera.

Ma questo cambiamento non facciamo che aspettarlo, sembra che per attenderlo sia diventato una chimera e questo forse il nostro più grande errore e come ogni giorno mi tengo questa sensazione.
Così si torna a casa in bici con un po di fiatone, ma con un pensiero in meno sul blog annoiato quanto il suo scrittore. Domani si torna in biblioteca, ma il sabato dice no e questo è l'evento più grande di una settimana di noia dove il cambiamento è la chiusura di un convento.
Forse faremo qualcos'altro domani, ripeto domani. Bah va come viene, chi lo sa, si vedrà, ma non ci siamo un po' stufati? Vediamo domani...

Aria manca l'aria, non si respira.

sabato, luglio 28, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 04:03

Quattro pareti bianche che ti circondano e ti fissano nel loro imperturbabile silenzio. 

Aria manca l'aria, non si respira. 

Perlomeno l'aria è presente, ma è aria di mancanza. Ma sì certo manca qualcosa! Tutto si fa più piccolo, tutto si fa stretto!

Aria manca l'aria, non si respira. 

Scorri la mente.. quanti paesaggi, persone, oggetti, momenti. Sono tanti pezzetti. Ci sono i pezzetti nuovi che si fanno spazio fra gli altri, mentre intanto altri pezzetti, alcuni presenti da tempo, si perdono scivolano via. Poi ci sono pezzetti che diventano più grandi, altri più piccoli. I pezzi più grandi sono pesanti.

Aria manca l'aria, non si respira. 

E' come un puzzle, mancano dei pezzi. Dove sono i pezzi che voglio, dove li devo cercare, dove si nascondono. Silenzio.

Aria manca l'aria, non si respira. 

Incontri altre teste, per i più pignoli persone. Altri pezzi. E loro mostrano soddisfatti pezzi pregiati presi chissà dove. Come fotografie inestimabili stanno lì altezzosi. E tu?

Aria manca l'aria, non si respira. 

Guardi, riguardi, cerchi. Io ho gli stessi pezzi! E spesso anche di meno, perché persi. Sospiri. Manca qualcosa, un vento da inseguire. Aria.

Aria manca l'aria, non si respira.

I'm here to listen to your story

domenica, giugno 10, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:16

Passi sui san pietrini, il tac tac di ragazze dal tacco alto e il vestito ristretto scandisce le parole sguasciate della clientela di Trastevere. Trastevere inghiotte tra le vie come un formicaio gli operai della città in riposo, in mezzo a un bicchiere di birra e una fumante margherita. Così errano nella propria cupola movente le storie degli uomini, una libreria, un pozzo di racconti chiusi in un paio di scarpe. Scarpe che rallentano il passo, si voltano come gli sguardi di chi le indossa, un occhio su un cartello, un invito innocente. Un sorriso distratto, un apprezzamento involontario, curiosità lasciata sul piatto e chi, i più tentati, offrono parole su cui banchettare. Share my story, why not.
E non è un motto per invadenti social network, è una nuova cornice del quartiere, è il dente cresciuto nella morsa della notte. Orecchie per chi ascolta, bocche affamate di dover dire e far uscire dalla gabbia della propria realtà qualcosa per cui rallegrarsi, intristirsi o semplicemente lasciare. Una mano da allungare, un abbraccio da non rifiutare, senza troppi recinti o muri dipinti.

C'era una volta per te.
E ora anche per me.

Il ritorno a casa

venerdì, aprile 13, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 16:13


E' stanca la mente di un sudicio corpo alla fine della giornata. Membra poggiate sul sedile di un autobus notturno e, chiusi gli occhi, il pensiero va a lei e, insieme a lei, la dolce voglia di stringerla accarezzandole i capelli. Strani i sorrisi sul finestrino, spezzati dai lampioni a rompere le tenebre.
I pensieri sono acini di un'arancia che formano l'intero frutto e, come per raccogliere il succo, esplodono in mille sapori, gocce di vernice sulla tela che danno gusto agli umori.
A quest'ora c'è poca gente fuori, anche se gli irriducibili della chiusura dei locali compaiono come figure tremolanti alla ricerca di un equilibrio perso di propria spontanea volontà.
In questi casi guardo la luna, ce n'è una per ogni notte e ognuna è più spontanea, non si fa scrupolo a mostrarsi così piena di sé, mentre altre volte si nasconde e lascia il cielo alle stelle, loro sì che non mancano mai.
Una persona potrebbe paragonarsi alla luna, tanto ridente quanto a volte è schiva o sentirsi più piccola mentre altre volte si sente più grande e importante. Nella luna, una persona rispecchia il proprio ego mentre la fiumana di persone sono stelle infinite che ci circondano nel cielo della nostra vita.
Nel veder i marciapiedi vuoti, io satellite della terra, sono solo nel giorno a vedere questi lampioni come nuvole che passano e corrono. Soltanto che ora è notte.
Scivolo via verso la mia tana, una culla di emozioni, un letto e una coperta di sogni fino alla luce di domani.

La mia stanza

mercoledì, marzo 21, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:49


La mia stanza comincia a esser sempre più stretta.
E' una collezionista e con ingordigia raccoglie anni, stanchezze, noie, sogni, solitudini e vestiti. Tutto ha una sua grandezza e una sua epoca, come se fosse dettato da un'accortezza maniacale, una matriosca: il nuovo mangia il vecchio e il grande mangia il piccolo.
Saranno gli occhi che diventano miopi e più grandi, ma le pareti rimangono le stesse, vestito il nudo, e fagocitano senza accennare un lamento. C'è ombra e c'è luce, nell'evenienza una lampadina e a volte non fa mai notte.
Pianoforti e chitarre levitano tra fogli accartocciati e parole consumate o forse mai lette. Vestiti appesi in giro come spaventapasseri che guardano minacciosi le maniche inutilizzate di magliette dall'espressione un po bizzarra, rinchiuse in armadi come casa di cure per malati.
C'è una sorta di anarchia ostile all'ordine pubblico e ogni giorno è conflitto, una volta è rivoluzione e poi c'è la retata. "Fuggite, fuggite!" urla il collettivo della polvere ai compagni delle briciole di pane. "Arriva la pulizia! Gli angoli son la salvezza, non la discarica abusiva esempio di un'Italia persa".
Lo specchio è una spia, un corruttore, un aguzzino. Si venderebbe per pochi spiccioli spacciando una faccia stanca, un brufolo sul naso e una grattata di palle.
L'uomo ha incollato un materasso e una coperta e ci ha fatto un pozzo di ignoto. Non un secchio, ma un'altalena tra amori e stanchezze su un vuoto di pensieri e una sveglia che ricorda la realtà.
Non c'è strada nella mia stanza, legata a me da un sospiro, un diario insospettabile.
Chiudo la porta della camera, è l'ora d'aria.

Tè

sabato, dicembre 03, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:47

Dicembre è arrivato e come di consueto la città prende la scusa delle festività per vestirsi più colorata. Addobbi e luci lampeggianti che fanno da trucco ad anziani edifici come per ricordarsi cosa significhi essere giovani. Fa buio presto, l'aria è umida. Lascerò presto questa camera, queste luci sbiadite attraverso il vetro della finestra. Ho voglia di fumare oggi, bruciare insieme al tabacco e sparire come fumo nell'aria. Meglio di no, seduto con i piedi tra le mani, me li guardo e li scaldo un po'. Calore. Cucina. Accendo il fuoco per bollire un po' d'acqua, infilo la mano un po ovunque ed eccola qui la bustina di tè bianco. Guardala come si diverte andare su e giù dentro la tazzina, ci voglio provare anche io col dito. Brucia. Due dolci cucchiai di zucchero vanno bene, niente latte: oggi mi da acidità. Mi siedo e scaldo le mani attorno alla tazza di tè. E col cucchiaio mi metto a girarlo. Giro, giro, giro..

Serrande

giovedì, dicembre 01, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 05:10


E’ una storia come le altre. Unica come le altre.
Era notte fuori, stava per fare mattina e la luce filtrava tra le fessure della serranda. Disegni sul muro, foto di alberi spogli, post it lasciati un po’ in giro dormivano. Sul letto scomposto c’erano due figure trasparenti vaporosi nella notte. Lei dormiva. Lui non voleva.
Non si voleva perdere un dannato singolo attimo, non poteva perdere tempo a sognare.. lì no. Perché era lì che voleva stare. Cuori urlanti nella notte, si sincronizzano silenziosi come metronomi impazziti. Pelle contro pelle scivolavano i brividi intorpiditi dal sonno e respiri che segnavano attimi dopo attimi.
Occhi gonfi e capelli bagnati.
E’ tutto un tiptap nello stomaco,
ritmata vendemmia spremente occhi
labbra, mani, capelli.
Sconfinata crudeltà, sconfinato amore
e nausea, nausea, nausea.
Bianca e scoraggiata è la vela
trainante il petto, una testa,
una cesta di pensieri: vi affondano piedi
infelici, su vecchie orme di ieri.
L’oscurità regnava, non si poteva vedere nulla. Lui fece in modo di vedere i contorni di lei, dalla fioca luce che veniva. E la fissava. Perso, stava bene.
Crudele il tempo andava, come il conto alla rovescia di un bomba.
Presto doveva andare.
Voleva andarsene silenziosamente, con le scarpe in mano per non far rumore. Lasciando tranquilla lei, nella culla di Morfeo. Così prese i suoi vestiti in mano, li indossò e cercò di svicolare nell’altra stanza.
Ma si sentì chiamare, si girò e vide l’ombra di lei fuori dalle coperte.
E fu un esplosione di grovigli umani.
Collo, palpebre, labbra, naso, mento,
E braccia –
Braccia per abbracciare.
Il sole svegliava le finestre assonnate. Quando cercava di addormentarla e di andarsene, lei con gli occhi chiusi lo chiamava, allungava la mano e gli teneva la maglietta. Quando per un attimo egli riuscì ad andare nell’altra stanza, la trovò con le lacrime agli occhi. Lui si sentiva morire.
La tenne stretta ancora e ancora. “Stai bene ora?” Fece sì con la testa.
Finalmente lei si riaddormentò.
Lui le lasciò un biglietto e se ne andò.
Sapeva.. che quella era l’ultima cosa che avrebbe fatto al mondo.

Prigionieri

mercoledì, settembre 21, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 08:21


Schiavi e prigionieri
di paure e ossessioni
legati dalle possessioni
ombra delle luci di ieri.

Apparenza la libertà
stagnante è l'immobilità.

Silenziosamente sibilo sentenza
sugli strascichi di sanguinanti
sussisistenze.

Sono stanco
sono stufo.
Siete liberi voi
di farvi prigionieri.

Perdono, ma.
Non voi, ma io
indico e scelgo
i miei sentieri.

Filo spinato

martedì, aprile 19, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 17:10

"Libertà l'ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato." Il suonatore Jones, Fabrizio De Andrè


Ferro, ferro ovunque. Ferro era la panchina, ferro erano i pali della luce, ferro erano le transenne, ferro erano le sbarre delle porte e ferro erano le recinzioni. Vicino, ma lontano era quel verde albero al di là dei confini. Fortuna c'è il sole che baciava me e anche l'albero, lui non si degnava di negarsi a nessuno, lui. Ma crudeli erano le nuvole feconde di pioggia che si mettevano fra me e il calore dei raggi. Bastava poco per rendere grigio tutto, grigio più che mai diventava il cupo asfalto specchio dell'intristito stato d'animo. Anime perse nel limbo del giudizio tra telecamere sull'attenti, in attesa di compiacere la divina istituzione per ottenere quel briciolo di libertà.
E' obbligo chiedere il permesso per toccare quell'albero al di là.

Diari di bordo

giovedì, gennaio 13, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:47

(...) Ogni mia preoccupazione è volata via come vapore: era tutta supposizione della mia testa.
Alla fine non si tratta di essere sicuri delle proprie qualità, bensì si tratta di lasciarsi andare come il nostro essere si manifesta e vedere come va.
E se va come volevamo tanto meglio.
E se non va, significa che dovevamo imparare qualcosa.
E se non facciamo niente… NON FACCIAMO NIENTE.
Inibizione.

Scrivo in prima persona, anche se di solito non mi piace farlo. Mi sento esposto, vulnerabile nel farlo.
Perché sono io. Così. Sparato. Diretto. E non mi piace stare nudo senza protezioni.
Se lo faccio significa, il più delle volte, dovermi in qualche modo alleggerire o svuotarmi. Così di getto. Così io. Io.
Ma non stavolta.
In questi giorni fantastico. (...)

Appunti Steve Mccurry - Portraits

(...) Diventa un problema. Uno di quei dannati piacevoli problemi. E me ne dovrei distanziare solo perché ho il terrore della verità e della realtà che potrebbe deludermi e non voglio affrontarla. Basta. Basta. Ogni volta lo stesso blocco. Ma buttarsi così solamente a capofitto? E lo sai benissimo. Eppure ti fermi sempre. Basta. STOP.
Dai retta alle tue sensazioni. Non solo quando puoi farlo senza danni. Perché danni non ne fai. Al massimo te ne fai a te stesso. Dai, cazzo. (…)

(...) A quel pensiero che a piccoli sorsi lontani, potevo alimentare. Poterlo alimentare mi agitava, mi strappava un sorriso. Mi permetteva di fantasticare su quella persona sconosciuta e alla mia idea di lei. Volevo avvicinarmici, sussurrarle timidamente a distanza e ogni piccolo segno che lei fosse pronta a tendermi la mano mi estasiava i pensieri. Bella Botta.

Ho voglia di imparare, continuamente e costantemente. Ci vuole impegno e concentrazione.
Sapere. Sapere. Sapere. Imparo. Imparo. Imparo.
Forza, determinazione.

Di notte è più bello. Vogliamo buttarci.

Quando tutto ciò diventa improbabile e incomprensibile e incontrollabile non sappiamo gestirci e ci piace.

(...) Continuare a migliorarmi.

E alla fine va sempre così, tanto per caso, per coincidenze o per destino che sia. Una persone che stava lì all’angolo della tua vita, un giorno prende, si avvicina e ti altera l’equilibrio della tua esistenza. E mi sta prendendo. Diamine… per ogni parola detta in più, ogni attimo che si condivide… ci si sente più vicini e legati come due persone piano piano si annusassero finché non conciliano il proprio odore con quello dell’altro. Ci dovrebbe essere una certa chimica, un certo determinato tempo per far in modo che questo avvenga così spontaneamente e incondizionatamente. E la voglia nascente che tutto ciò avvenga. E’ qualcosa di profondo e speciale. Avvolgente.

(...) sentire i suoi occhi che guardano, anche se mi imbarazzano (...) scorrere delle morbide mani (...)

(...) Non è una giornata vissuta. Credo invece di essere un po’ apatico. Fermo appunto: vorrei che un po’ tutto il resto lo fosse… giusto per darmi un po’ di tempo. In realtà sono così pieno di parole che non voglio usarle. E sono a migliaia.
Cado. Semplicemente cado.
Ma rimango lì sospeso:
tra una cima non raggiunta e
una terra su cui scontrarsi che non vedo.

Press play

martedì, gennaio 11, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 04:03
il mondo che cerchi
si mette in pausa
tu guardi i centri
ti metti in pausa

Il costo dei valori scende
solo accessori aggiunti
lì la lampada pende
insignificanti sconti

la vista è ferma
frenata dalla voglia
sempre lì l'orma
seduta rimane spoglia

Poi senti insorgere
il volare della polvere
fuori non è pausa
dentro è pausa

Press play.

Lei dentro me

sabato, novembre 20, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 00:58

E il naufragar m'è dolce in questo mare
Giacomo Leopardi

Quanto è diventata grande lei con il suo sguardo maturo e cambiato. 
Si notano su di lei i segni della vita, mantiene occhi profondi 
e la sua capacità di giocare con il vento.
E quanto le piace giocare con il vento,
fin da bambina ci si perdeva in esso 
e adesso sapeva creare forme nuove
in aria  sempre più complesse.

Forse ora è più saggia, forse conosce solamente meglio il mondo,
però si lascia sempre sorprendere 
e affascinare da ciò che le rallegra l’animo. 
Nel suo agire sembra quasi insicura a primo impatto,tentennante: 
ma vuole solo conoscere e sapere e poi si lascia 
andare scivolando velocemente 
come un serpente alla ricerca della propria preda. 

E’ incontentabile, si perde, è pazza, è gioiosa, è vivace! 
Non le piace starsene tranquilla, si annoia. 
Quando vuole giocare ti prende per mano 
e non puoi far altro che assecondarla.
Come ti piace vederla sorridere, 
è il colore di un bel mondo in bianco e nero.

Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento...- Paul Klee


Passeggiare

sabato, ottobre 16, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 19:37

La piccola goccia di rugiada scivolava dolcemente sulla delicata superficie di una foglia. Cadde verso il basso posandosi sulla sconfinata distesa della stesso colore della speranza. Le oscure nubi finalmente erano state spazzate via dal liberatorio soffiare del vento. Ora il sole dominava quel luogo incantevole, attento contemplatore del paesaggio che si mostrava come un giocoso bambino davanti alle dolce carezze dei suoi raggi.

Tempo e spazio sembravano non far parte di quel mondo.

Due curiose figure si erano ritrovate soavemente distese sul soffice letto verde. Le affusolate nuvole bianche che si distendevano nell’infinità di quel cielo terso, limpido e sincero, galleggiavano assumendo la forma delle più strane immagini.

La fantasia riempiva l’aria.

Sorrisi spensierati accompagnavano la divina sinfonia che rieccheggiava all’unisono con il soave piegarsi dell’erba al vento. I fiori in festa indossavano i loro vestiti più belli, dipingendo di colori sgargianti quel quadro straordinario. D’un Tratto denti di leone spargevano i loro semi che libravano nell’aria.

Irreale Pace.

Correvano in quella semplicità.

Un piccolo torrente azzurro come il cielo si divertiva a far risplendere l’intensa luminosità del sole. Tra quei giochi di luce lo scorrere delle sue acque produceva un languido suono, altro strumento di quell’incredibile orchestra.

Le due figure si sentivano sorprendentemente vicine. Una mano stringeva a sé l’altra. Completo abbandono.

πάντα ῥεῖ. Panta Rei.

Il tempo proseguiva inesorabilmente muto, in silenzio. Il sole andava a riposarsi bruciando il cielo di un rosso rovente. La luna, seguita dalle peregrine stelle, sussurrava una candida buona notte.

Il temporale era finito. Era una bella giornata.

Pezzi di città n3

martedì, ottobre 12, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 19:06

La gente guarda davanti a sé seguendo una immaginaria linea retta, mentre si impegnano a sommare parole messe a caso per colmare il cammino. Ciò che è intorno non esiste.
Intanto la pagina di uno spartito si volta e da il via.
In mezzo alla centrifuga di oggetti fuggenti, vecchie melodie di melanconici ritmi blues colmavano l'intorno.
Nulla sembrava fermo, tutti vorticavano nel proprio microcosmo.
Il vecchio sassofono, inondava di emozioni il tutto e le regalava a chi voleva, donava.
Un cappello a terra e l'uomo raccontava di sé soffiando nel suo amico di esperienze passate.
Non chiedeva nulla che qualche spicciolo da mettere nell'anonima camicia colorata a quadrettini, accostata da corti jeans blu.
Solo chi era distratto mostrava gli occhi.
Suonava e le persone passavano.
Emozionava e le persone passavano.

Pezzi di città n2

Pubblicato da Dan Angelo alle 18:58

Ci sono quelle figure colme di caramelle.
Come un bambino goloso le cominci a mangiare una ad una: son buone, buonissime fino a quelle che ti addolciscono per bene. Il dottore ti punta il dito con sguardo serio e razionale, ricordandoti sempre che le carie fanno male.
Ma quasi involontariamente continui a mangiare.
Ormai quasi tutte le caramelle ti son piaciute che guardi con dolcezza quella figura che le teneva tutte strette a sé, il peccato è stato farle assaggiare anche a te.

Pezzi di città n1

Pubblicato da Dan Angelo alle 18:52

Gregge di pecorelle giocavano a nascondino con il sole.
L'erba di Ottobre verdeggiava sul piatto sfondo dell'asfalto.
Tra il sottofondo di passanti ingranaggi irrompeva senza violenza l'innocente canticchiare di una tenera bimba che allargava le braccia come per decollare. Decollare lì con gli uccelli tra le vie senza traffico delle loro strade.
Delicato era il posarsi del tiepido e confortevole calore con l'inverno che freme.
Scuri capelli legati spiccavano nel riflesso di parole nate dallo scendere dell'inchiostro su piccole case di carta.
Sguardi in basso, poi in alto, poi intorno, poi di nuovo in basso: pupille attente alla ricerca di chissà che cosa.
Gambe incrociate per un tavolo di fortuna, basso quanto basta per inarcare la fragile schiena.
La curiosità è invadente: non tollera l'ingombrante non sapere niente. I neuroni sollecitati si facevano domande nell'inerzia, ma alla fine presero la porta più vicina.
Ecco la stanza dell'immaginazione che aveva una grande finestra dove appoggiare il gomito e guardare.

Scosse

lunedì, ottobre 11, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 19:20

Giudizi universali.
Valanga di parole date al vento e dal vento ritornano come lontani echi di montagna. Neve che si scioglie al contatto con le mani: acqua dura che scorre via a piccole gocce.
Sensazioni ad occhi chiusi che rendono colore ad un nero poco sfumato.
Perdita di controllo del mondo circostante, pelle a pelle, confusione a confusione.
Istanti di eternità.
Su e giù di onde che scivolano con incertezza e timore in terre da scoprire.
Tremore.

A malincuore la marea si alzò.