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Quello che non ho

sabato, agosto 11, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 05:32


Se scrivo di notte, ora in questo momento, lo si fa con la malinconia di una penna blu a rispecchiare uno stato d'animo che in inglese lo si chiama con il medesimo colore e lo stesso malcontento. Tener i calzoni con le bretelle e sentire le monete facendole saltellare dentro a una mano e star con gli occhi in su in un giorno di stelle per prenderle nella caduta e non perderle come i calzoni attaccati a quelle stupide bretelle. A volte a tener su la vita è come essere una spiaggia e sentire mancare granelli di sabbia e non poter contarli, è facile mantenere la propria dose di fantasia in fila da anni aggrappati a parole nascoste a minacce come coltelli. E mentre il mondo s'affaccia, c'è chi dice che quei mari non vorrebbero più vederti, quindi meglio per te evitarli, come dire a un gabbiano in montagna devi esiliarti. Ma Jonathan Livingston nacque gabbiano, visse esule e tornò libero abbracciandosi e scannandosi, legato alla via un paio di ali e due penne. Forse a dar ragione alla gente, ci si odia di più, meglio sorrider alla sorte che a una fine peggiore. A dar ragione a profeti, c'è da crederci troppo e non alzar più un dito. A dar ragione a statistici, troppi numeri e poche parole, meglio esser sciocchi e di poesie far prole. Forse alla ragione meglio non dar, meglio morir a non accendere la tv in un fuoco di orizzonte, sull'equilibrio di un sole che si spegne. Lai, la la lai. A cantar non ci si rompe i coglioni, come far gli uomini di partito a levigar le poltrone di pelle e riempir le prigioni di celle chi è vestito da finto criminale, un qualsiasi ribelle. E a mangiar le stelle, oggi si è cestisti in canestri di vuoti e tirar palloni di carte, fogli pieni di mancanze di cose mai avute. E la puzza sotto il naso non se ne va più, come i piedi nelle scarpe rimaste a sudare ad aspettare una passeggiata in cortile dove è vietato calpestare il prato, per qualche sorte di maestoso tabù. E quanti cazzi sul caffè e le sigarette, eppure ci sei te come una tua tisana prima del letto ad allontanar le stanchezze. Vorrei bussar, ma chiudo la mano con carte sul tavolo e cuffiette solo con De Andrè e niente tressette. Quello che non ho sono le tue pistole per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole. Lui scrive suona canta e non mente.

Strappo

domenica, luglio 01, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 13:12


Una pagina di un libro strappata dal resto della storia, presa di forza dalla imponente mano di un destino triste, così dura e violenta da far male. Uno strappo deciso, talmente di netto che non lascia nient'altro che quello che non si ha. Le righe, una trentina, rimangono asserragliate e rigide, precise in fila dietro l'altra, quasi come tenessero gli occhi chiusi e le saracinesche abbassate, immobili come guardie inglesi di fronte alla più enorme calamità. E le parole, ossa di lettere e carne di simboli, se ne stanno poggiate su di loro appollaiate come corvi che raccontano le sventure di quella terra ormai di sabbia e sassi. Oscura è la loro presenza come rocce legate alla schiena di schiavi che portano il peso di una penitenza inevitabile per ciò che hanno fatto o non hanno adempito. Una sete incredibile rimane attonita e non colmata, fosse acqua di lago sarebbe altra strada, ma il sole non sorge e son scarpe rotte costrette ad andare. Quindi è solo acqua di mare, che rispecchia sotto un ghigno sbeffeggiante l'aspetto ridicolo. Meglio evitarlo.
Un codice a barre sulla coscienza, eppure questo mondo non sembrava cattivo.
Con le mani si facevano castelli e un giorno son caduti, caduti per sbaglio. Ad andare dalla parte sbagliata si muore.
Passava solo una nuvola quel giorno, eppure in quel sole mi han ammazzato e son ancora vivo.

Una donna dorme su una panchina

martedì, giugno 26, 2012 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:01

Lunedì sera, ore confuse di una mezzanotte appena passata.
I piccoli scivolatori dell'area giochi son già a dormire con le leggere lenzuola posate da una mamma o un papà. Il male in polvere ogni tanto si annida nell'aria e riempie i polmoni mischiato a questo fumo di tabacco come fa un bastone a un vecchio zoppo. Questo male si diletta a unire insieme i puntini dei vuoti che alloggiano nell'involucro del corpo: un ammasso di ossa, carne e molecole in eterno movimento. Una passeggiata serve, come se a ogni passo si riesca a recidere i fastidiosi fili che come una ragnatela lega stretti i pulsanti buchi neri. E' un momento, ma ogni tanto torna come la luna piena quando si è meno capaci, quando si è come la sabbia dentro una clessidra finché non ci si ritrova interamente dall'altra parte. E così si ricomincia in meglio, ci si sveglia come da un sonnifero iniettato nelle vene. L'Italia passa in semifinale agli europei, lo spread sale, un militare muore in Afghanistan e domani è un altro giorno.
Intanto su una panchina, una donna dorme. 

Serrande

giovedì, dicembre 01, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 05:10


E’ una storia come le altre. Unica come le altre.
Era notte fuori, stava per fare mattina e la luce filtrava tra le fessure della serranda. Disegni sul muro, foto di alberi spogli, post it lasciati un po’ in giro dormivano. Sul letto scomposto c’erano due figure trasparenti vaporosi nella notte. Lei dormiva. Lui non voleva.
Non si voleva perdere un dannato singolo attimo, non poteva perdere tempo a sognare.. lì no. Perché era lì che voleva stare. Cuori urlanti nella notte, si sincronizzano silenziosi come metronomi impazziti. Pelle contro pelle scivolavano i brividi intorpiditi dal sonno e respiri che segnavano attimi dopo attimi.
Occhi gonfi e capelli bagnati.
E’ tutto un tiptap nello stomaco,
ritmata vendemmia spremente occhi
labbra, mani, capelli.
Sconfinata crudeltà, sconfinato amore
e nausea, nausea, nausea.
Bianca e scoraggiata è la vela
trainante il petto, una testa,
una cesta di pensieri: vi affondano piedi
infelici, su vecchie orme di ieri.
L’oscurità regnava, non si poteva vedere nulla. Lui fece in modo di vedere i contorni di lei, dalla fioca luce che veniva. E la fissava. Perso, stava bene.
Crudele il tempo andava, come il conto alla rovescia di un bomba.
Presto doveva andare.
Voleva andarsene silenziosamente, con le scarpe in mano per non far rumore. Lasciando tranquilla lei, nella culla di Morfeo. Così prese i suoi vestiti in mano, li indossò e cercò di svicolare nell’altra stanza.
Ma si sentì chiamare, si girò e vide l’ombra di lei fuori dalle coperte.
E fu un esplosione di grovigli umani.
Collo, palpebre, labbra, naso, mento,
E braccia –
Braccia per abbracciare.
Il sole svegliava le finestre assonnate. Quando cercava di addormentarla e di andarsene, lei con gli occhi chiusi lo chiamava, allungava la mano e gli teneva la maglietta. Quando per un attimo egli riuscì ad andare nell’altra stanza, la trovò con le lacrime agli occhi. Lui si sentiva morire.
La tenne stretta ancora e ancora. “Stai bene ora?” Fece sì con la testa.
Finalmente lei si riaddormentò.
Lui le lasciò un biglietto e se ne andò.
Sapeva.. che quella era l’ultima cosa che avrebbe fatto al mondo.

Dissolventi Dolcezze

venerdì, settembre 24, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:46

Tocco il pensiero con un dito, si muove
come la superficie di una pozzanghera
al contatto di una goccia d'acqua candida.

C'è un sorriso che si confonde con il mio.
Il controllo inutile di questo strano giro
fatto di strade impetuose e nuove.

Visioni di sguardi lontani cercati
e labbra morse davanti ai reati.
In neri corridoi chiusi i pensieri
liberati dai sorrisi troppo sinceri.

Sono strane sensazioni della mente,
creano calori e vapori d'incertezza
rendendo il vano equilibrio incostante
su pezzi di vetro attoniti nella mutezza.

La stanza

venerdì, luglio 16, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 05:13

Parete bianca nascosta da pezzi di carta che sanno di vecchio, di antico piuttosto di ricordo. Libri instabili su torri improvvisate. Penne che non scrivono più, parole scritte in segni eterni che non parlano più. Immobile letto, instabile e stanco, di scatti improvvisi e di coperte scivolate a terra. Cuscino compagno di abbracci e di comodi appoggi, pronto anche a bagnarsi. Porte sbattute e posate dolcemente. Stazionaria quiete di una musica o del silenzio. E' più notte che giorno.

Bolle di sapone

lunedì, maggio 03, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 00:42


Sorrisi così spontanei
che fan paura doverli ammettere.
Visione opaca e appannata
di un chiaro imprevisto
in uno strano tracciato.

Imprevisto d'azzurro.

Tra polvere che si accumula negli angoli
Stupore di un vento nuovo
che mette dubbio e incertezza.

Profondità di parole che riflettono il cielo
il pensiero sussurra
tremolanti immagini
rubati a abbracci così cercati.

Sensibilità tornate
di valigie chiuse nei corridoi
e di vuoti svegliati da luce di candele
con lo sguardo distratto da una bolla di sapone.

Polvere di stelle

lunedì, aprile 26, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 01:56

“Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c'è..”

L’ennesima colonna sonora della sua vita scorreva in quella fredda serata. Era sdraiato. Osservava il cielo. L’erba tanto verdeggiante di giorno, ora giocava a nascondino nell’oscurità, in attesa che il sole la venisse a trovare la mattina successiva. Anche lui giocava. Zaino sotto la testa, Coelho, Pirandello, Hosseini e Euripide erano stati levati del loro incarico per diventare improvvisati cuscini. La scura grandezza degli alberi contemplava un paesaggio silenzioso, mentre le lontane luci delle strade erano impegnate a mostrare un mondo rumoroso. Il suo cuore aveva battuto forte, rallentava, accelerava, si arrestava, viveva. Il suo corpo era un’autostrada dove innumerevoli emozioni passavano di li, tracciando un segno del loro passaggio. In quel momento si era fermato ad osservare le colorate tracce di quei sentimenti, di quei ricordi: nella sua mente era accucciato sul bordo della strada, ed osservava due mari, luci lontane, melodie stonate, farfalle colorate, leggeri passi ed ad un tratto anche il volo contrario di un colibrì.

Gli venne in mente allora una storia.

Durante un incendio
nella foresta, mentre tutti
gli animali fuggivano,
un colibri' volava in senso
contrario con una goccia
d'acqua nel becco.
"Cosa credi di fare?"
gli chiese il leone.
"Vado a spegnere
l'incendio!" rispose
il piccolo volatile.
"con una goccia d'acqua?"
disse il leone con
un sogghigno di irrisione.
Ed il colibri',
proseguendo il volo,
rispose:"Io faccio
la mia parte!"

“Che animale meraviglioso il colibrì..” disse a se stesso. In quel momento vibrò la voce di de Andrè..

“e il cuore impazzì e ora no, non ricordo da quale orizzonte sfumasse la luce”.

Si, il cielo era sfumato di un blu scuro profondo, un mare nel quale cominciavano a naufragare piccole lucciole luminose, le quali accompagnavano la pensosa luna che osservava le anime degli uomini dall’alto. Essa osservava anche lui. Nascosto tra la frizzante aria che penetrava la pelle, lui se ne stava a guardare il cielo, lo specchio di una vita fatta di luce e oscurità. Quelle luci tanto lontane, tanto alte, tanto faticose da raggiungere. Significavano sudore, significavano dolori, significavano ferite. Ma ne valevano davvero la pena? Eccome se ne valevano la pena.

“Complici e simili da credere alle favole..Coi nostri sogni in gola questa notte sembra fatta per noi…”

Alzò il volume della musica. Ma poi spense l’mp3.
Tra il dolce silenzio che ora lo accompagnava, sentiva riecheggiare l’eco delle melodie vibrare e sussurrare nell’aria. Lui era ancora lì a contemplare il soffitto di tutti gli uomini. Alzò le braccia, le allungava cercando di prendere gli astri nel cielo.
Cosa c’era di più semplice tra le cose belle che stringere a sé le stelle…

Mondi paralleli

lunedì, aprile 05, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 16:51

Non è ancora mia abitudine.
Tuttavia ci sono quei muri invisibili
nati così per caso, così da soli
con la voglia di superarli
solo per tornare a visitare antichi giardini
nei quali era piacevole sentire l'aria
più semplicemente ammirare.
Eppure quello strano ostacolo
per un istante lo fissi
ma non ti avvicini.
E bevi dispiacere condito da amarezza.
Grigie sfumature di mondi paralleli.

Pezzi di Me

venerdì, marzo 26, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 22:24

Loro mi parlano, mi parlano quei pezzi di me. Pezzi di me che ogni volta si guardano intorno, cercano, scrutano, ma non trovano. Avvertono quell'inevitabile assenza. Sensazioni invisibili nell'aria che ti attraversano gli occhi, la pelle, la mente, il cuore. Sensazioni che non si fanno prendere, scappano, sono lontane. Notte silenziose queste..bisognose anche loro di sogni che velocemente volano. C'è solo da fermare il fiato. Attendere. Stringere i pezzi di me.

In bianco

domenica, febbraio 28, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 19:03

Accendi la luce
Sai che non mi piace
La pace che viene dall’oscurità.

forse per insicurezza forse per carattere
ma ci sono alcune persone che hanno sempre il bisognodi sentirsi essere amati..


Sfiorare la Disperazione.
Inciampare in un rovo di spine. Sentire il vuoto sotto di se. Non solo. Sentire che il vuoto vuole riempirti.
In un attimo ti vedi rivedere le ultime pagine della tua vita in un flash. Veloce, incontrollabile.
Calma Ragazzo. Calma.
Quella piccolissima linea che divide passato e presente.


Si guarda allo specchio. Deformazione, incomprensibile realtà. Lui stesso.
Non capisco. Non capisco. Perché ogni volta in questi attimi, c’è angoscia paura. Brividi di malessere che ti rimbombano dentro. Insicurezza.. Insicurezza? Perché sentirsi cosi insicuri. So di poter controllare tutto ciò che mi scorre dentro, ma perché questa dannata sensazione non mi lascia andare? E’ massacrante ogni volta. Sentire le lacrime che scorrono dentro, ma che lacrime sono? Lacrime sciocche dentro di te che non ti vogliono lasciare.
Esplodere. Esplodere Dentro. Esplosione cosmica supernova, rabbia, deturpare tutto ciò che hai attorno e lasciare dietro di te NULLA Il vuoto.
Pazzia. Hysteria.

Lui è tutto uno scarabocchio, vorrebbe capire il suo essere contorto. Non ha forma. Odia le parole, rendere tutto facile anche davanti all'immensità del sole. Eppure è così immenso il sole,che sembra così facile con le parole che odia. Odia sapendole usare. Lui sa la teoria, sa tutto il libretto di istruzioni. Eppure conoscendolo non vuole seguire gli ordini, è forse un po' matto. E' tutto un ma, è tutto un però, è tutto un tuttavia, non è tutto così. Pulsa la testa di istantanee lontane. E tutto dovrebbe andare, e tutto dovrebbe avere le sue regole, e tutto dovrebbe ma non ha. Lui ha le scarpe pesanti. Sa che. Lui vorrebbe dormire, tanto dormire. Sa. Ma non vuole sapere niente. Eppure. Rabbia che non riesce a scagliare, paura a divampare, luce che se ne vuole andare. Sarebbe un senso tutto ciò? Sarebbe.

31536000 secondi

martedì, febbraio 09, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 05:08

Tanta gente che cammina
strane vetrine
caramelle viola
un cielo che si specchia sulle pozzanghere
incroci
strade, vie, braccia, incidenti
gocce sulle ombre

C'è il rosso
e non solo
sono mille.
Chissà cosa si prova a stare in alto
e guardare giù

Un pennello
dipinge la notte
non è una notte scura
e' piena e grande

Distanze lontane
ora vicine
Distanze vicine
ora lontane
I passi
han perso il conto

Ma
uno strano allarme elettronico
suona forte
31536000 secondi..

la schiena a contatto con la terra
si rialza
palme nel verde
blu nell'ondeggiare

Sì,
si ritorna subito a casa
si è solo usciti un attimo
si gira alla seconda stella a sinistra
si fa pian piano..

Vento

venerdì, gennaio 29, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 06:25
 



Se la vedi dille ciao
salutala ovunque sia
se ne è andata tempo fa
potrebbe essere in Tunisia
Dille che non si preoccupi
per le cose lasciate qui
e se crede che l'abbia scordata
non dirle che non è così
Abbiam dovuto dividerci
e sbatterci qua e là
ma per quelli che si amano
non è certo una novità
E adesso che se ne andata
e adesso che non c'è
è ancora nel mio cuore
è ancora vicino a me
Se mai la incontrerai
dalle un bacio da parte mia
ho sempre avuto rispetto per lei
per come se ne è andata via
E se c'e un altro che le sta accanto
certamente non sarò io
a mettermi fra di loro
ci scommetto che non sarò io
Faccio un lavoro strano
vedo gente in quantità
e mi capita ogni tanto di sentire il suo nome
in giro per le città
E non c'ho fatto ancora l'abitudine
o forse mai ce la farò
sarà che sono troppo sensibile
o nella testa chissa che c'ho

Sole grande, luna blu
il passato e ancora quà
e so a memoria i ricordi
e il tempo prende velocità
Se tornasse da queste parti
il mio indirizzo la gente lo sa
tu dille che può chiamarmi
se trova il tempo mi troverà.

Ho voluto mettere questa cover di De Gregori della canzone "if you see her say hello" di Bob Dylan, così perchè mi andava, così per qualcuno che legge questo blog. Credo che comprendi quello che scrivo, quello che magari hai letto in precedenza. E lo so, non ti biasimo. Lo so che esistono persone da cui, una volta conosciute, non ti vuoi staccare... Vorresti essergli sempre vicino, non importa come, se come amico, come ragazzo, come compagno di giochi, come ammiratore, come allievo, come confidente, come trascorritempo, purché una parte di quest'anima ti sia svelata. E' per questo stesso motivo che non si può staccare gli occhi da una tale persona che colora, perché una bella anima è giusto che possa liberamente esprimersi. Ma quella anima non può essere incatenata dal sentimento, dall'egoismo e spesso l'amore, dovresti saperlo, è qualcosa di così altruista quanto è egoista. E a me personalmente, non piace l'egoismo. L'egoismo macchia l'amore. Basta rancore, buttiamolo via, lasciamolo andare nel vento come hai lasciato lei. E ammirala, ammirala come è cresciuta. Anche se so che "sarà che sono troppo sensibile o nella testa chissà che c'ho", quindi è un casino, un pò cercare di mordersi la coda. Ma lascia soffiare al vento, come direbbe De Andrè non puoi fermarlo, ma solo fargli perdere tempo.. comprendi.. perché una bella anima è giusto che possa liberamente esprimersi..

Passeggiare per i prati

lunedì, gennaio 25, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 06:02

     "The triangle tingles and the trumpet plays slow"

La piccola goccia di rugiada scivolava dolcemente sulla delicata superficie di una foglia. Cadde verso il basso posandosi sulla sconfinata distesa della stesso colore della speranza. Le oscure nubi finalmente erano state spazzate via dal liberatorio soffiare del vento. Ora il sole dominava quel luogo incantevole, attento contemplatore del paesaggio che si mostrava come un giocoso bambino davanti alle dolce carezze dei suoi raggi.

Tempo e spazio sembravano non far parte di quel mondo.

Due curiose figure si erano ritrovate soavemente distese sul soffice letto verde. Le affusolate nuvole bianche che si distendevano nell’infinità di quel cielo terso, limpido e sincero, galleggiavano assumendo la forma delle più strane immagini.

La fantasia riempiva l’aria.

Sorrisi spensierati accompagnavano la divina sinfonia che rieccheggiava all’unisono con il soave piegarsi dell’erba al vento. I fiori in festa indossavano i loro vestiti più belli, dipingendo di colori sgargianti quel quadro straordinario. D’un tratto denti di leone spargevano i loro semi che libravano nell’aria.

Irreale Pace.

Correvano in quella semplicità.

Un piccolo torrente azzurro come il cielo si divertiva a far risplendere l’intensa luminosità del sole. Tra quei giochi di luce lo scorrere delle sue acque produceva un languido suono, altro strumento di quell’incredibile orchestra.

Le due figure si sentivano sorprendentemente vicine. Una mano stringeva a sé l’altra. Completo abbandono.

πάντα ῥεῖ. Panta Rei.

Il tempo proseguiva inesorabilmente muto, in silenzio. Il sole andava a riposarsi bruciando il cielo di un rosso rovente. La luna, seguita dalle peregrine stelle, sussurrava una candida buona notte.

Il temporale era finito. Era una bella giornata.

Qualcosa che non resta

domenica, gennaio 24, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 09:30



Io sono la periferia di una città inesistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto. Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi.

Del resto in che cosa posso contare su di me? Un terribile acume delle sensazioni, e la profonda consapevolezza di stare sentendo... Un'intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno desideroso di distrarmi... Una volontà morta e una riflessione che la culla come un figlio vivo...

Confusione Insonne

domenica, gennaio 17, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 05:26


E' strano, è sempre tutto così un minestrone. Citando uno, nessuno e centomila del buon vecchio Pirandello “Una realtà non ci fu data e non c'è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile. “ E così quelle verità, quei sensi alla vita che ostentiamo di dare non la troviamo o perlomeno crediamo di averla trovata, ma poi cambia. Si può rimanere inerti a tutto ciò, continuamente dubbiosi e insicuri di mettere piede in un pozzo senza fondo. Tuttavia è necessario prendere il momento tra discese e salite e avere qualcosa su cui credere sul serio. Convinzioni che cambiano e mutano come un serpente. Ma saper vivere le proprie convinzioni le proprie verità, per quanto fallaci potrebbero essere. Anche queste parole sono una verità. La mia, oggi.

Sembra tutto così inafferrabile e incerto?
A volte si ha paura.

Paura della Paura.
Un'ombra che ti accompagna. Lieve come una piuma, pesante come soffocare. La paura ha mille facce. Alcune non ti piegano, altre ti costringono in ginocchio a chiedere pietà. La cerchi di evitare o semplicemente sfuggirle. Ma lei è sempre in agguato. Bestia feroce, chi la teme è preda, chi l'affronta deve essere prudente.

"Io sono un vigliacco, non mi regge il cuore
ho troppo da fare..... devo far crescere un fiore!"

eh?

..nel cercarsi è come se corressero via dalle pagine quelle parole,
l'essere assenza nella lontananza riprendendomi quello sguardo,
occhi che mancano al giorno quando è sera,
assenti alle carezze del vento sulle cose lasciate
su strade sconosciute.
..indulgenza del cielo a sussulti di parole...

Fugace

Pubblicato da Dan Angelo alle 05:00


Tu come vento.

L'aria, è come prenderla per mano.
Giocare a nascondino in un labirinto,
seguire il rintocco di un eco lontano
nel folle spazio di un mondo finto.

Colpi e Fuggi.

Discorsi che fluttuano intorno invano,
tra persone che ridono nella mia testa.
Io un filo di Arianna tengo in mano,
passato sulle orme di  una strana festa.

Non fare dell'ombra il tuo viso.
Ti inseguo,
mi hai colpito.

Per questa pagina bianca serve la tua presenza,
porto io l'inchiostro.
Quello mi avanza.

La luce della notte

domenica, gennaio 03, 2010 - Pubblicato da Dan Angelo alle 10:00


Il sole alzandosi fuori dal nascondiglio dell’orizzonte, con i suoi tenui raggi mattutini, ridava colore alla morbida linea di costa di quell’angolo di mondo. Di lì tra il frastagliato abbraccio tra acqua e terra, un imponente promontorio scosceso si insinuava come una lingua distesa nel blu, delimitando il distacco di due mari. Questi, pur facendo parte dello stesso oceano e per quanto potessero apparire simili, in realtà erano molto differenti. La quiete che dominava quei due mari si diede da parte, lasciando spazio all'arrivo di qualcosa di magnifico. Sul promontorio che sovrastava il paesaggio, venne innalzato un faro.

Ma non era un faro qualunque.

Era qualcosa di maestoso, dalla incredibile bellezza, anche l’essere più scettico davanti a tale spettacolo, doveva mangiarsi la lingua.

Dalla sua grandezza sembrava poter sfiorare il cielo, l’infinito, l’inarrivabile. Appariva giungere da un altro mondo. Ma era di notte che il faro si mostrava in tutta la sua magnificenza. Le sue lanterne erano come occhi profondissimi che brillavano di una luce intensa e misteriosa, e quando erano le stelle a sorvegliare il mondo dall’alto, questa fendeva l’oscurità con i suoi raggi regalando il calore del suo fascio luminoso. Salvezza per i navigatori, la luce illuminava le candide acque notturne come un’affascinante volo radente di un uccello, che pian piano planava sul pelo dell’acqua.

Uno dei due mari, quello minore, avvertendo l'incantevole presenza di quel faro, se ne innamorò. Esso era un mare mal visto dai marinai. Poco pescoso, era spesso caratterizzato da violente tempeste che inghiottivano pesanti relitti naufragati e nella loro discesa ferivano il suo spoglio liscio fondo. Tuttavia le sue acque erano una di quelle più limpide tra tutti gli oceani, profondissime, e anche un sasso gettato nelle sue profondità si poteva osservare nella sua caduta anche dopo diversi metri.

Ma il Faro non illuminava la notte di quelle povere acque limpide, le lasciava nella loro oscurità.

Il suo candido sguardo era destinato alla distesa d’acqua che si estendeva accanto al piccolo mare. Questa era più grande, intrigante. Pura gioia nell'ammirarlo. Le sue acque erano cosi confortevoli e calme che si poteva galleggiare chiudendo gli occhi, facendosi cullare dall’armonioso moto delle sue onde. La costa bagnata dalle sue acque sembrava sorridere beatamente, accarezzata dalla melodiosa movenza di quella distesa azzura. Maestoso e pieno di vita, una moltitudine di esseri acquatici affollavano i diversi paesaggi marini che il suo fondo offriva ai più disparati visitatori.

La luce era tutta sua.

Il mare più piccolo era immobile davanti a tale destino, le sue notti si facevano sempre più buie accecate da quella luminosità lontana. Piangeva. Ma le sue lacrime si perdevano nell'infinità delle acque. Il vento soffiava intento ad accarezzare il pelo dell'acqua come una candida mano su una spalla in segno di rassegnazione.

Tale immobilità era insensata.

Ma il modesto mare, dentro di sè, non demordeva. Non voleva rinunciare a quella insperata felicità. Anche lui avrebbe potuto, prima o poi, poter sfiorare con le proprie gocce d’acqua quella luce incantevole. Aspettava. Sarebbe riuscito ad aprire il proprio vaso di pandora.

Il resto non contava più nulla.

Con ansia, attendeva periodicamente l’arrivo della luna piena, quando per effetto dell’alta marea le sue onde potevano avvicinarsi anche di poco a quel maestoso faro. Significava comunque avvicinarsi.

E un giorno, chi lo sa, la grande torre luminosa si sarebbe voltata verso di lui.

Tutt’ora, chi conosce quel mare, osserva malinconicamente quelle limpide acque spente. Solo in determinate notti sembrava riaccendersi di una fioca luce soffusa. Notti di Luna Piena. La sua salvezza.

Sapore del mare

Pubblicato da Dan Angelo alle 02:34



Luna piena, pienissima e brillante dominatrice di un cielo cosparso di stelle, quasi come zucchero a velo. Abbracci di luce che ballano allegre sulla superficie del mare che viene a va scorrendo sulla sabbia del mare. E' una di quelle notti vestite con il loro vestito più bello, la luce lunare riempie la spiaggia di un aspetto così suggestivo da stropicciare gli occhi mentre il vento porta con se luoghi lontani. Nella mente di Ulisse sembra riecheggiare in sottofondo la voce di Pau dei negrita canticchiare per lui “questa notte sembra fatta apposta per noi”, e allora si guarda alla sua destra, e guarda la bella Penelope che cammina insieme a lui. Volta lo sguardo anche lei, e inconsciamente sorridono, senza pesi, senza perché, senza pensieri, senza un ma, sorridono. E allora lui le stringe la mano più forte, ma senza farle del male. Raggiungono così quella distesa di granelli infiniti, di mare, di luna e di loro. Accendono un fuoco caldo sulla sabbia che scoppietta divertito, e Ulisse si è incantato a guardarlo. Neanche il tempo di fermarsi un attimo che Penelope l'ha spinto a terra e si è messa a correre con uno sguardo splendente e fugace che sussurrava “prendimi”. Il ragazzo non facendoselo ripetere due volte la cominciò a rincorrere selvaggiamente, non vuole mica farsi gabbare così! Intanto lei si è fermata sulla riva mentre l'acqua le assaggia i piedi, e raggiunta da un Ulisse ansimante indica con un dito la Luna. E si, è veramente splendida quella luna che sembra vanitosa specchiandosi in un mare che sembra dirle che lei è la più bella del reame. Distratti dal cielo Penelope intanto lo spinge ancora, ma stavolta in acqua. “Ma allora sei proprio una schiappa!” urla ridendo lei. Lui si rialza completamente zuppo e sbuffa poiché è stato fregato l'ennesima volta, per vendicarsi la prende e la porta in acqua con sé. L'acqua scura della notte era accogliente e calda e il silenzio è interrotto dagli schizzi dell'acqua e dall'inseguirsi dei due ragazzi come pesci saltellanti persi senza paura in quel mare in festa. Ma la notte è ancora giovane.
Ulisse un pò stanco esce dall'acqua e per difendersi dalla frizzante brezza si siede accanto al fuoco, mentre Penelope gioca ancora a fare la sirenetta. Apre il suo quadernetto e a casaccio legge le prime parole che gli compaiono davanti:

"Qualunque fiore tu sia,
quando verrà il tuo tempo, sboccerai.
Prima di allora, una lunga e fredda
notte potrà passare. Anche dai sogni
della notte trarrai forza e nutrimento.
Perciò, sii paziente verso quanto ti accade
e curati e amati, senza paragonarti
o voler essere un altro fiore.
Poiché non esiste fiore migliore
di quello che s'apre alla pienezza
di ciò che è.
E quando ti avverrà,
potrai scoprire che andavi sognando
di essere un fiore che aveva da fiorire."

Sorride e si sdraia su un fianco guardando il fuoco, chiude e gli occhi e pensa “si sta così bene”. Penelope uscita dall'acqua, afferma di dover pisciare dietro un cespuglio! Ma siccome è in vena di scherzare come un bisonte gli salta addosso e comincia a mangiarlo di baci. Lui è così felice dell'agguato che abbraccia l'aggressore per non lascialo più. La ragazza si dimena un po' cercando di liberarsi, ma quando vede che non c'è niente da fare si abbandona ai dolci grattini di Achille. Grattini che partono dalla mano per finire sulla spalla per finire in baci sul collo... per finire in un groviglio di braccia e gambe sulla sabbia, rotolando e lasciando scie d'amore. Scie tanto lunghe che è venuta un'altra volta la voglia di farsi un bagno.. Nudi! Ridevano anche le stelle vedendo volare gocce di mare. Ulisse poi la prese in braccio ammonendola al suo lamentarsi di esser troppo grassa. Posandola delicatamente a terra.. aggrovigliati e pesi. Ulisse in quel momento, non si vedeva più luna, stelle o mari. Ora c'era solo quella ragazza davanti a lui, accarezzandole i capelli, sfiorandole gli occhi, assaporandone il sapore. La voglia viene e va. Ma ora voleva non una ragazza, voleva lei. In quel momento, in quell'istante comprende quanto vale per lui, Penelope. E quante sfide. E quanti pensieri, tutti in un attimo. E con gli occhi chiusi in quell'attimo eterno, li riapre e vede quelli di chi ama. Poche parole sottovoce, senza disturbare le onde. E sulla spiaggia, con la luna piena e la brezza del mare si..

La notte li avvolse...