Tè

sabato, dicembre 03, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:47

Dicembre è arrivato e come di consueto la città prende la scusa delle festività per vestirsi più colorata. Addobbi e luci lampeggianti che fanno da trucco ad anziani edifici come per ricordarsi cosa significhi essere giovani. Fa buio presto, l'aria è umida. Lascerò presto questa camera, queste luci sbiadite attraverso il vetro della finestra. Ho voglia di fumare oggi, bruciare insieme al tabacco e sparire come fumo nell'aria. Meglio di no, seduto con i piedi tra le mani, me li guardo e li scaldo un po'. Calore. Cucina. Accendo il fuoco per bollire un po' d'acqua, infilo la mano un po ovunque ed eccola qui la bustina di tè bianco. Guardala come si diverte andare su e giù dentro la tazzina, ci voglio provare anche io col dito. Brucia. Due dolci cucchiai di zucchero vanno bene, niente latte: oggi mi da acidità. Mi siedo e scaldo le mani attorno alla tazza di tè. E col cucchiaio mi metto a girarlo. Giro, giro, giro..

Serrande

giovedì, dicembre 01, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 05:10


E’ una storia come le altre. Unica come le altre.
Era notte fuori, stava per fare mattina e la luce filtrava tra le fessure della serranda. Disegni sul muro, foto di alberi spogli, post it lasciati un po’ in giro dormivano. Sul letto scomposto c’erano due figure trasparenti vaporosi nella notte. Lei dormiva. Lui non voleva.
Non si voleva perdere un dannato singolo attimo, non poteva perdere tempo a sognare.. lì no. Perché era lì che voleva stare. Cuori urlanti nella notte, si sincronizzano silenziosi come metronomi impazziti. Pelle contro pelle scivolavano i brividi intorpiditi dal sonno e respiri che segnavano attimi dopo attimi.
Occhi gonfi e capelli bagnati.
E’ tutto un tiptap nello stomaco,
ritmata vendemmia spremente occhi
labbra, mani, capelli.
Sconfinata crudeltà, sconfinato amore
e nausea, nausea, nausea.
Bianca e scoraggiata è la vela
trainante il petto, una testa,
una cesta di pensieri: vi affondano piedi
infelici, su vecchie orme di ieri.
L’oscurità regnava, non si poteva vedere nulla. Lui fece in modo di vedere i contorni di lei, dalla fioca luce che veniva. E la fissava. Perso, stava bene.
Crudele il tempo andava, come il conto alla rovescia di un bomba.
Presto doveva andare.
Voleva andarsene silenziosamente, con le scarpe in mano per non far rumore. Lasciando tranquilla lei, nella culla di Morfeo. Così prese i suoi vestiti in mano, li indossò e cercò di svicolare nell’altra stanza.
Ma si sentì chiamare, si girò e vide l’ombra di lei fuori dalle coperte.
E fu un esplosione di grovigli umani.
Collo, palpebre, labbra, naso, mento,
E braccia –
Braccia per abbracciare.
Il sole svegliava le finestre assonnate. Quando cercava di addormentarla e di andarsene, lei con gli occhi chiusi lo chiamava, allungava la mano e gli teneva la maglietta. Quando per un attimo egli riuscì ad andare nell’altra stanza, la trovò con le lacrime agli occhi. Lui si sentiva morire.
La tenne stretta ancora e ancora. “Stai bene ora?” Fece sì con la testa.
Finalmente lei si riaddormentò.
Lui le lasciò un biglietto e se ne andò.
Sapeva.. che quella era l’ultima cosa che avrebbe fatto al mondo.

11/12-7-2011

lunedì, novembre 28, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 20:16


E così ero partito. Sembra che l'aereo, prima di decollare, si prepari psicologicamente zig-zagando fra le curve della pista d'atterraggio e, una volta deciso con le ali tese, corra all'impazzata fino a sentire il suolo mancare sotto i piedi. Nella salita sento la pressione dell'aria che mi faceva rimbalzare come una palla in balia di forze sconosciute.
Fuori era una giornata calda e soleggiata, i raggi del sole si specchiavano vanitosi come piccole lucciole sulla superficie del mare. Quest'ultima si faceva sempre più piccola ed estesa dall'oblò da cui guardavo l'esterno.

Mi allontanavo da Roma. Dove per me era tutto in sospeso.
Così ero partito. Chissà.

Sono circa le 4 del mattino e mi lascio Dubai alle spalle. Dal finestrino non si intravede nulla, l'atmosfera soffusa dell'aereo si inebria della musica pop giapponese. Mi ha fatto impressione la vista delle donne completamente oscurate da un nero burka: solo gli occhi potevano collegarci. Mi ha trasmesso un senso di pesantezza, come qualcosa che non doveva appartenere a questo presente. Ho riflettuto poi sul lavoro delle hostess. Ne osservavo soprattutto una asiatica dal fisico minuto, capelli legati in maniera scrupolosa e trucco senza la minima imperfezione. La vedevo andare avanti e indietro per l'aereo aiutando e confortando i passeggeri con una gentilezza e una naturalezza quasi divina. Così quasi ero imbambolato a osservarla, particolarmente incuriosito di come svolgesse il suo lavoro, in quel modo quasi dolce e gentile. Poi all'atterraggio vederla con lo sguardo abbassato e affaticato, mentre premeva con le dita gli occhi stanchi. Mi ha strappato un sorriso. E' come se avesse ripreso la sua forma umana.

Ma torniamo a quando mancavano quattromila miglia a Manila.

I miei occhi rimanevano senza fiato nel vedere uno degli spettacoli più umili e intensi della natura. L'infinità dell'orizzonte si espandeva nella sua massima essenza e dalla sua linea perfetta nasceva il calore del giorno nuovo. La sfumatura dell'alba era meravigliosa. Da lontano vedevo la nascita di un giorno nuovo e come un neonato faceva piccoli passi a gattoni fino ad alzarsi a conquistare il cielo.

Viaggiare verso est sembra proprio così: allontanarsi dall'oscurità per trovare la luce.

Post It Gialli

giovedì, ottobre 27, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 02:04
La giornata moriva tragli spiragli di luce.
Mi sento in difficoltà, non ho bene in mente cosa io possa scriverti. Devo chiudere gli occhi, serrare le meningi e rivolgere le pupille verso l'interno per vedere il meglio possibile cosa c'è dentro me. Mi pare di rivedere quella stanza bianca, che descriveva un po di tempo fa, quando ti stavo conoscendo. Non so se ricordi.
In quella stanza sentivo come se tu fossi entrata e la facevi un pò tua. Trovar le parole giuste per poter distinguere bene i dettagli di come sia ora, mi vien difficile. Non riuscirei a usare frasi abbastanza adeguate.
Sembra che ci sia qualcuno che io non posso nè vedere, nè toccare.
Credo, anzi sono sicuro che quel qualcuno sei tu.

Il Muro

venerdì, ottobre 21, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 12:05

Nero.
Vuoto e Nero.

Si sentivano dei passi che arrivavano ritmicamente come gocce nel silenzio, decisi quanto lo sbattere delle dure suola delle scarpe contro il pavimento. Un faro si accese ed illuminò quella figura che continuava ad avanzare imperterrito.
Era un uomo a torso nudo che portava con se una grossa mazza. I muscoli erano tesi, si potevano vedere chiaramente le vene gonfie e il peso della mazza posata su una spalla. Lui andava avanti con lo stesso ritmo, senza accelerare nè rallentare. L'ultimo passo fu più corto e di colpo si fermò. Con entrambe le mani prese la mazza e la poggiò a terra con un greve tonfo.

Un altro faro improvvisamente illuminò davanti a lui e comparve dall'oscurità un muro. Un muro fragile quanto spesso, mattoni che incastrati l'uno con l'altro si erano imposti di fronte a lui.

Si fermò a guardarlo per un po di secondi.
Lentamente spostò i capelli con una mano.

I muscoli si fecero ancora più tesi, i denti morsero le labbra e le ruvide mani strinsero saldamente il manico della mazza. Tutta la forza di quell'uomo ora si scagliava contro quel muro, il primo colpo andò a segno senza timore. Il rumore dell'impatto fece tremare tutto intorno. Subito dopo aver preso un respiro e partì un'altra mazzata verso il muro e così continuamente, violentemente senza sosta. Il sudore scendeva dalla fronte giù su tutto il corpo di quell'uomo che scagliava tutta la sua tenacia verso quel muro.Tutto era scandito dal fiato pesante e dal rumore del ferro contro i mattoni.

Sbam.
A un certo punto fece breccia nel muro inerme. E da quel primo foro veniva della tenue luce solare, viva a differenza di quella dei fari.
Egli posò per un attimo la mazza e ci si poggiò sopra per riprendere fiato. Poi avvicinando la faccia contro quel buco, scrutò in silenzio quello che c'era al di là di quel mucchio di mattoni. Da quel viso teso dallo sforzo ne nacque un tenero e sereno sorriso.

Si asciugò il sudore della fronte con l'avambraccio e ricominciò a picchiare più forte di prima.
Sbam.Sbam.
Sbam..

Prigionieri

mercoledì, settembre 21, 2011 - Pubblicato da Dan Angelo alle 08:21


Schiavi e prigionieri
di paure e ossessioni
legati dalle possessioni
ombra delle luci di ieri.

Apparenza la libertà
stagnante è l'immobilità.

Silenziosamente sibilo sentenza
sugli strascichi di sanguinanti
sussisistenze.

Sono stanco
sono stufo.
Siete liberi voi
di farvi prigionieri.

Perdono, ma.
Non voi, ma io
indico e scelgo
i miei sentieri.